Liste d'attesa: novità su tempi e visite serali. Sanzioni ai dirigenti

Intramoenia gratuita se si sforano i margini imposti. Coinvolte anche le farmacie. No unanime dai sindacati
 "Avvicinare ulteriormente la sanità pubblica ai cittadini e migliorare la gestione dei tempi di attesa". E' questo l' obiettivo fissato dal Pianto nazionale di governo delle liste d' attesa per il triennio 2019-2021 (Pngla), che approda in Conferenza delle Regioni per poi passare in Stato-Regioni per la definitiva approvazione. L' ultima bozza che l' AdnKronos Salute ha avuto modo di visionare prevede: tempi massimi per garantire le prestazioni di ricovero e ambulatoriali; l' istituizione entro 120 giorni dall' intesa sul Pngla di un "Osservatorio nazionale sulle liste di attesa composto da rappresentanti del ministero della Salute, dell' Agenas, di tutte le Regioni e Province autonome e dell' Iss", Istituto superiore di sanità; l' apertura delle strutture per le prestazioni specialistica ambulatoriale "anche nelle ore serali e durante il fine settimane"; "l' utilizzo delle grandi apparecchiature di diagnostica per immagini per almeno l' 80% della loro capacità produttiva".

Il Piano prevede che, se i tempi previsti per legge non sono rispettati dalle aziende sanitarie, i cittadini potranno andare in una struttura privata accreditata, pagando solo il ticket. E ancora: nelle procedure di prescrizione e prenotazione delle prestazioni ambulatoriali specialistiche garantite dal Servizio sanitario nazionale, "sarà obbligatorio l' uso sistematico: dell' indicazione di prima visita/prestazione diagnostica o degli accessi successivi, del quesito diagnostico, delle classi di priorità". Per queste ultime scattano 4 classi: "U (urgente) da eseguire nel più breve tempo possibile (entro 72 ore); B (breve) da eseguire entro 10 giorni; D (differibile) da eseguire entro 30 giorni per le visite o 60 giorni per gli accertamenti diagnostici; P (programmata) da eseguire entro 120 giorni dal 2020". Rispetto al vecchio Piano 2010-2012, nel nuovo viene quindi fissato un limite massimo anche per le prestazioni programmate, che non potrà superare i 120 giorni.

"Con l’approvazione del nuovo Piano per la gestione delle liste d’attesa (PNGLA) - afferma il ministro della Salute, Giulia Grillo - prende il via un fondamentale percorso di avvicinamento della sanità pubblica verso i cittadini che si aspettava da lungo tempo. Il Piano mancava da 10 anni e non è stato mai monitorato e applicato. Questo ha compromesso l’intero sistema delle prestazioni e, nel tempo, consolidato le storture che sono sotto gli occhi di tutti. Ora è il momento di cambiare, creando un nuovo modello più efficiente a aggiornato"  Molti gli aspetti che vanno sottolineati in questo nuovo Piano.

Le prestazioni successive al primo accesso saranno prescritte direttamente dal medico che ha preso in carico il paziente che non dovrà più tornare dal medico di famiglia per la prescrizione. Spazio anche alla totale trasparenza poiché il nuovo PNGLA prevede l’accessibilità alle agende di prenotazione delle strutture pubbliche e private accreditate, nonché a quelle dell’attività istituzionale e della libera professione intramuraria, da parte dei sistemi informativi aziendali e regionali.

Ora spetta alle Regioni e alle Province Autonome di Trento e Bolzano adottare il proprio piano entro 60 giorni e far sì che non siano “libri dei sogni”, ma realtà operative che migliorano l’accesso alle cure dei cittadini. Il ministero vigilerà sull’attuazione.

Nei Piani dovranno essere chiaramente garantiti e riportati i tempi massimi di attesa di tutte le prestazioni ambulatoriali e in regime di ricovero prevedendo, per esempio, l’utilizzo delle grandi apparecchiature di diagnostica per immagini per almeno l’80% della loro capacità produttiva. I direttori generali delle aziende sanitarie saranno valutati anche in base al raggiungimento degli obiettivi di salute connessi agli adempimenti dei Lea: questo significa che chi non mette l’efficienza delle liste d’attesa al primo posto del suo mandato, potrà essere rimosso dall’incarico.  “Sono certa - spiega il ministro - che tutti insieme potremo mettere a disposizione dei cittadini, a prescindere dalla loro residenza, la sanità che si meritano e che la Costituzione garantisce e tutela. Questo Governo già nella legge di bilancio per il triennio 2019-21 ha messo a disposizione delle regioni importanti risorse (350 milioni ad hoc, che mai prima ad ora erano stati previsti) per potenziare i servizi di prenotazione implementando i Cup digitali e tutte le misure per rendere più efficiente il sistema. Sono fiduciosa che ci sarà una grande collaborazione da parte di tutti gli attori coinvolti nel nuovo Piano già a partire dalla prossima settimana. Mercoledì prossimo, infatti, ripartiranno i lavori con le Regioni relativi alla stesura del prossimo Patto della Salute per gli anni 2019-21”.

Nel nuovo Piano ci poi altre misure per migliorare il sistema: la necessità di "potenziare i servizi telefonici di richiamata (recall) e quelli telematici di modifica o disdetta di una prenotazione"; "in caso di superamento del rapporto tra l' attività in libera professione e in istituzionale sulle prestazioni erogate, o di sforamento dei tempi di attesa massimi già individuati dalla Regione, si attua il blocco dell' attività libero professionale, fatta salva l' esecuzione delle prestazioni già prenotate"; "favorire l' accesso alla prenotazione anche attraverso le farmacie di comunità". Stretta anche sul rispetto degli impegni assunti dai direttori generali "per il superamento delle criticità legate ai lunghi tempi di attesa, che costituiscono prioritario elemento della loro valutazione secondo quanto previsto dalle disposizioni vigenti in materia".

"Le malattie del sistema cardiocircolatorio e i tumori si confermano essere principali cause di morte nel nostro Paese - evidenzia il nuovo Piano per le liste d' attesa - Pertanto, in tali ambiti, va prevista una tempistica nell' erogazione delle prestazioni che garantisca lìafferenza ad appropriati Percorsi diagnostico terapeutici assistenziali (Pdta) in tempi adeguati, nonché modalità di comunicazione e informazione per l' utente e i familiari rispetto ai Pdta previsti e alla relativa tempistica di erogazione. Sia in ambito cardiovascolare che oncologico, ai fini dell' appropriatezza organizzativa e dell' erogazione sequenziale delle prestazioni ricomprese nei Pdta, le Regioni e Province autonome individuano specifici gruppi di prestazioni ambulatoriali e ne promuovono l' erogazione anche attraverso il Day service".

I commenti dei sindacati

“Il Piano Nazionale liste di attesa all’esame della conferenza stato Regioni rappresenta un festival dell’ipocrisia”, commenta Carlo Palermo, Segretario Nazionale Anaao Assomed. “Regioni e Governo si autoassolvono dalla responsabilità politica e gestionale del mantenimento e dell’allungamento delle attese, sempre più lunghe, per le prestazioni sanitarie indicando, di comune accordo, nei medici dipendenti il capro espiatorio ideale e nella loro attività libero professionale intramoenia la causa da rimuovere nel caso, non improbabile, che non si rispetti il piano delle illusioni che hanno stilato, pretendendo di definire il fabbisogno di prestazioni a prescindere dalle risorse disponibili”.

“Insofferenti delle proteste dei cittadini, Governo e Regioni si auto-prescrivono la terapia miracolosa del blocco (sine die?) della attività libero professionale dei medici dipendenti in caso di sforamento (di quanto?) dei tempi di attesa massimi che hanno individuato. Contraddicendo se stessi, prevedono percorsi di tutela con il ricorso, in caso di mancato rispetto della tempistica, ad erogatori privati mentre bloccano, con la stessa motivazione, la attività libero professionale dei medici pubblici”.
 
“Perché, si sa, - prosegue Palermo - sono i medici pubblici a creare e mantenere le liste di attesa, per il proprio tornaconto. Non la carenza ormai strutturale di personale, che ha svuotato le corsie di 100000 medici negli ultimi 5 anni, non il taglio lineare di posti letto, che tra i 70000 evaporati ha fatto scomparire in primis quelli per i ricoveri in elezione, non il mancato acquisto di dispositivi medici per la attività chirurgica, fino alla chiusura programmata di interi reparti a fine anno, non la vetustà delle macchine diagnostiche che le tiene a lungo ferme per frequenti riparazioni. In questo modo le Regioni sottraggono alle loro asfittiche casse introiti pari a 1 miliardo e mezzo negli ultimi 5 anni ed ammettono il proprio fallimento organizzativo, cattivo viatico per una crescita delle autonomie. Il governo viola il suo contratto di nascita che al capitolo sanità indica la soluzione al problema in un piano assunzioni, di cui non c’è traccia in alcuno dei provvedimenti assunti. San contratto vale, evidentemente, per la Tav e le autonomie, non per le attese dei cittadini, cui si preferisce additare colpevoli piuttosto che soluzioni. Lo stesso finanziamento della legge di bilancio si rivelerà illusorio perché destinato a soggetti che, notoriamente, non eseguono prestazioni”.
 
“Si tradisce così – conclude Palermo - il senso e lo spirito del patto che i medici avevano siglato con lo stato attraverso la L.229/99, spingendoli ad uscire dagli ospedali per recuperare autonomia professionale e reddito. Dopo avere messo in naftalina il rinnovo del CCNL, Governo e Regioni sferrano un altro attacco a medici e dirigenti sanitari dipendenti. Un film già visto. Non c’era proprio bisogno del governo del cambiamento per riproiettarlo. Nessuno si illuda, però, che noi rinunciamo a difendere un diritto dei medici e dei cittadini”. 
 
Critiche anche dalla Cimo. “L’approvazione del nuovo Piano nazionale di governo delle liste d’attesa (PNGLA) – si legge in una nota - prevista oggi a valle del parere favorevole espresso dalla Commissione Salute delle Regioni, cerca di dare risposte concrete ai bisogni dei cittadini maè l’ennesimo sforzo di pura teoria che non affronta il nodo reale della questione e che, se si blocca la libera professione, aumenterà i tempi per le prestazioni”.
 
“Le liste di attesa - ricorda CIMO - nascono a causa dei ridotti finanziamenti sulla sanità e sul personale, che alimenta la carenza di medici specialisti a disposizione, e il concomitante aumento del fabbisogno di cure, che andrà crescendo stante il trend di invecchiamento della popolazione e l’evoluzione delle tecnologie diagnostiche. Anche se la libera professione verrà concessa come opzione straordinaria, è prevedibile che la stessa diventi cronica. Considerare che le prestazioni libero professionali a favore dell’Azienda rappresentino – come cita il PNGLA - uno strumento “eccezionale e temporaneo per il governo e il contenimento dei tempi d’attesa”, appare del tutto irrealistico sia per la mancanza delle necessarie risorse economiche ma, soprattutto, per l’attuale grave carenza di personale medico”.
 
“Se – prosegue il sindacato - , come richiede il PNGLA, l’obiettivo è allo stesso tempo di garantire tutte le prestazioni sanitarie (in tempi accettabili) e di contenere gli oneri a carico dei bilanci delle Asl”. Come CIMO “ci domandiamo come possa riuscire un tale gioco di prestigio dato che l’attuale finanziamento dei LEA è del tutto insufficiente al reale fabbisogno di cure. E dato che il PNGLA prevede che ciascuna Azienda possa provvedere alla definizione di eventuali fabbisogni di personale e di tecnologie in relazione all’obiettivo della riduzione dei tempi di attesa, come potrà farlo se il limite per la spesa del personale rimane non solo bloccato a quello del 2004, ma decurtato di un ulteriore 1,4%?”
 
“A questo interrogativo – conclude la nota - si aggiunge quello sulla effettiva destinazione d’uso dei proventi aziendali ricavati dalla libera professione, il cui utilizzo doveva già da tempo essere funzionale a interventi per la riduzione dei tempi di attesa e non certamente a generici risparmi aziendali. Solo tra il 2010 e il 2016 le aziende hanno incassato per sé dall’esercizio della libera professione ben oltre 1,2 mld, un vero e proprio “tesoretto” con cui si sarebbe dovuto e potuto mettere seriamente mano ai problemi che l’attuale PNGLA cerca di risolvere. Eppure (guardacaso!), ad oggi non sempre si ha la rendicontazione trasparente circa l’utilizzo di tali proventi da parte delle aziende”. 
 Fonte: Dottnet
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