L'angolo della lettura
20/04/2026 - Il cesaropapismo di Trump
>Le divergenze di vedute tra i Pontefici e gli Stati Uniti non costituiscono certo una novità storica. Dal rifiuto di Giovanni Paolo II rispetto alle guerre americane in occasione del primo conflitto del Golfo, sotto la presidenza di George H. W. Bush, fino all’avversione per l’invasione dell’Iraq nel 2003, promossa da George W. Bush Junior. In quell’occasione, la Chiesa parlò apertamente di guerra “ingiusta”: si trattò di uno dei momenti di massima distanza, nella storia recente, tra la Santa Sede e la Casa Bianca.
Negli anni Novanta, ancora Giovanni Paolo II
entrò in contrasto con l’amministrazione Bill Clinton sul tema della pena
capitale. Il Pontefice, in quell’occasione, si prodigò contro la pena di morte,
facendone uno dei pilastri del suo magistero. Criticò apertamente tutti gli
Stati dove veniva attuata, in primis lo Stato a stelle e strisce. La presa di
posizione della Chiesa ebbe molta influenza sull’opinione pubblica americana,
suscitando un aperto dibattito non solo nella “Deep America” il “Deep State”, nel
profondo sud dove le tradizioni hanno più radicale e profonda identità, ma
anche nell’America cosiddetta eletta, nella “Altra America”, liberal e
cosmopolita, dove affonda le radici la cultura MAGA, Make America Great Again,
di Donal Trump. Il risultato fu una
riduzione significativa delle esecuzioni capitali.
Papa Francesco contrastò la prima presidenza
di Donald Trump sulla questione migratoria. Il 10 febbraio 2025 inviò una
lettera ai vescovi statunitensi denunciando la “grande crisi” legata alle
deportazioni di massa che la nuova amministrazione intendeva attuare. Il Papa
affermò che “la coscienza rettamente formata non può non esprimere un giudizio
critico”, sostenendo che fosse erroneo assimilare lo status migratorio, sic et
simpliciter, alla criminalità. Parlò di dignità umana violata e condannò con
fermezza ogni deportazione forzata. Forti furono le reazioni della Casa Bianca,
e acceso lo scontro culturale tra etica religiosa e politica securitaria.
Fin qui nulla di nuovo,
né particolarmente sorprendente.
Nell’immaginario comune, Donald Trump va
progressivamente configurandosi come una figura caricaturale, che, per una
singolare contingenza storica, si trova al comando della maggiore potenza
mondiale. Un recente libro di Antonio Capranica, noto giornalista e saggista,
si intitola significativamente Il Bullo, interamente dedicato a Trump. Il
termine, originariamente dotato di accezione positiva, ha subito dal XVII
secolo una trasformazione semantica negativa, indicando oggi una persona
dall’atteggiamento violento, arrogante e prevaricatore.
Da anni siamo immersi nell’era dei “post”. Il
verbo “to post” significa affiggere, pubblicare, rendere noto. Nel contesto
digitale, indica una pubblicazione su una bacheca virtuale, richiamando per
analogia i tradizionali foglietti adesivi (Post-it), utilizzati come
promemoria.
Dopo l’assalto al Campidoglio degli Stati
Uniti, il 6 gennaio 2021, evento scaturito in seguito al discorso di Donald
Trump che incitava i sostenitori a contestare l’elezione di Joe Biden, interpretato
da molti come un tentativo eversivo, Facebook e Twitter sospesero i suoi
account. In risposta, la Trump Media
& Technology Group creò una nuova piattaforma social, sulla quale il presidente
comunica quotidianamente.
Nel suo lungo intervento a proposito del
Papa, Trump ha scritto che Leone è “debole sulla criminalità e pessimo in
politica estera”, aggiungendo di non volere “un Papa che ritenga accettabile
che l’Iran disponga di armi nucleari” né “un Papa che critichi il presidente
degli Stati Uniti”. Ha inoltre sostenuto che Leone sarebbe stato scelto
unicamente per la sua nazionalità americana, arrivando ad affermare: “Se non
fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano”. Ha inoltre aggiunto:
“Purtroppo è debole sul tema della criminalità, debole sulle armi nucleari, e
questo per me non è accettabile, così come non lo è il fatto che incontri
simpatizzanti di Obama come David Axelrod, un perdente della sinistra, uno di
quelli che volevano arrestare fedeli e religiosi. Leone dovrebbe rimettersi in
carreggiata come Papa, usare il buon senso, smettere di assecondare la sinistra
radicale e concentrarsi sull'essere un grande Papa, non un politico. Questo gli
sta facendo molto male e, cosa ancora più importante, sta facendo male alla
Chiesa cattolica!". Tali dichiarazioni si configurano come un’ingerenza
esplicita e senza precedenti nel giudizio sull’autorità religiosa.
Non solo l’immagine di Trump si sta colorando
sempre più decisamente con tratti grotteschi e sopra le righe, tra scomposti
balletti improvvisati, gesti privi di serietà, sceneggiate buffonesche che non
hanno ormai nulla di goliardico, disinvolte giravolte di pensiero, proclami
senza evidenze, ultimatum emanati a scadenza variabile, iperboliche quanto improbabili
profezie pronunciate con enfasi e spavalderia. Ora, con il “rimprovero” al Pontefice,
si delineano scenari più inquietanti, legati alla commistione e all’ingerenza
tra potere politico e autorità religiosa.
La storia è costellata di tensioni tra
questi due poteri: dalla lotta per le investiture del XI-XII Secolo tra Papa
Gregorio VII e il Sacro Romano Impero nella persona di Enrico IV per il diritto
di nomina dei vescovi-conti, al conflitto tra Filippo il Bello e Bonifacio VIII,
a cavallo tra il Duecento e Trecento, per il quale il re di Francia sfidò
l’autorità papale con l’imposizione di tasse al clero, fino alla Riforma
protestante che, con la Pace di Augusta del 1555, sancì il principio del “Cuius
regio, eius religio”: la religione diventava quella del sovrano del
territorio.
In età moderna, il termine “cesaropapismo”
indica la tendenza del potere politico a controllare quello ecclesiastico, come
avvenne in Inghilterra con Enrico VIII, che nel 1534 si proclamò capo della
Chiesa anglicana. I Patti Lateranensi del 1929 riconobbero la sovranità della
Chiesa, ponendo fine, almeno in Italia, alle contrapposizioni istituzionali. Il
confine tra autorità spirituale e potere temporale è stato progressivamente
definito come necessario ed eticamente fondato.
Paul S. Coakley, arcivescovo di Oklahoma City
e presidente della Conferenza episcopale statunitense, ha esternato la sua
profonda dissonanza verso le parole così denigratorie di Trump nei confronti
del Santo Padre. Papa Prevost, sabato 11 aprile, aveva denunciato “il delirio
di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo” e
ha aggiunto “Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con
l’esibizione della forza! Basta con la guerra!”.
Il gesuita e giornalista padre Antonio Spadaro,
direttore della rivista “La Civiltà Cattolica” sull’attacco del presidente Usa a Papa Leone
XIV scrive: “è una dichiarazione di impotenza. Incapace di assorbire quella
voce, il potere cerca di delegittimarla”. E continua: “Eppure, così facendo,
riconosce implicitamente il suo peso. Se Leo fosse irrilevante, non meriterebbe
una parola. Invece, viene invocato, nominato, opposto, un segno che le sue
parole contano. È qui che emerge la forza morale della Chiesa. Non come
contra-potere, ma come uno spazio in cui il potere è giudicato secondo uno
standard che non controlla. Il Leone non risponde sul terreno della polemica, e
proprio per questo motivo rimane al di là della sua portata. È libero. E quella
libertà—disarmata e disarmante—è forse ciò che di più turba. E, allo stesso
tempo, ciò che conta di più“.
“Trump è chiaramente squilibrato: il 25°
emendamento sembra pensato proprio per persone come lui”. A dirlo è l’ex
direttore della Cia John Brennan all’emittente Ms Now, riferendosi alla recente
dichiarazione del presidente circa la distruzione della civiltà iraniana.
“L’intera civiltà iraniana morirà stanotte”, ha tuonato il 7 aprile il Tycoon.
Ex Capo della Cia sotto l’amministrazione Obama, Brennan ritiene che Trump
“rappresenti un rischio troppo grande”. La sua richiesta di richiamare il 25°
emendamento per fermare in qualche modo Trump ha avuto l’avallo e la
solidarietà di decine di democratici. E anche il popolo americano, dopo la
lunga infatuazione trumpiana, si sta pian piano svegliando.
Il 25° emendamento
fu pensato dopo l’assassinio nel 1963 di John F. Kennedy e adottato dalla
costituzione americana il 10 febbraio del 1967. Per renderlo esecutivo è
necessario che il vicepresidente e la maggioranza del governo trasmettano al
Congresso un’interpellanza nella quale si specifica che il presidente non è più
in grado di esercitare i poteri e i doveri legati al suo incarico. Nel caso in
cui il presidente si opponga, la decisione spetta alla Camera dei
Rappresentanti che deve esprimersi con una maggioranza dei due terzi. Richard
Nixon, travolto dallo scandolo Watergate, venne deposto proprio ricorrendo al
25° emendamento e sostituito dal vicepresidente Gerald Ford.
Ipotizzare
che l’attuale vicepresidente James David Vance, considerato il “discepolo”
prediletto di Trump, l’uomo che incarna più di altri la dottrina MAGA possa
prendere il posto del Commander in chief, è cosa del tutto fantasiosa e improbabile.
Forse aprirebbe scenari ancora peggiori, considerando la personalità così
estremista e violenta del vicepresidente.
Cosa si
può sperare per il futuro? In uno spontaneo rinsavimento di Trump? Che ritorni
alla ragione, alla saggezza, al buon senso dopo un periodo di sbandamento, di sconsideratezza,
di comportamenti irragionevoli? E’ poco probabile che l’irruento e non
diplomatico presidente, che posta se stesso come un messia, un guaritore, che si
identifica in una statua d’oro sulle spiagge di una rinata e lussuosa Gaza,
possa rimettersi sulla giusta carreggiata. E’ anche questione di background culturale!
Imprenditore come il padre Fred che costruì migliaia di abitazioni a Brooklyn e
nel Bronx, prima di diventare presidente, il Donald ha proseguito la carriera paterna
costruendo una buona parte di Manhattan negli anni Settanta e diventando una
celebrità con il reality show The Apprentice in onda dal 2004. Pur essendo
laureato alla Wharton School of Pennsylvania in Economia e Finanza, ha uno
stile decisamente populista e autoritario, identificato dai media come un
“trickster”, un imbroglione e truffatore, figura mitologica e folcloristica che
incarna un “briccone divino”, abile nell’inganno, vorace nelle ambizioni,
amorale nella condotta. Gli scandali che hanno segnato la sua ascesa economica
non sembrano abbiano scalfito più di tanto la sua immagine. E nemmeno la sua
discussa amicizia con Jeffrey Epstein, e 15 anni di scatti fotografici equivoci
e imbarazzanti che lo ritraggono insieme al finanziere pedofilo nelle sfarzose
feste a Mar-a-Lago o nei jet privati.
Oltre a non rispettare il buon senso e le
buone maniere, Trump aggira costantemente le leggi americane e il voto del
Parlamento. Dichiara guerra all’Iran senza alcun passaggio parlamentare, e
intraprende la cattura del Presidente del Venezuela senza autorizzazione
alcuna. Per non citare il tentativo di scardinare la Nato e di sostituirla con
un’assemblea di stati a lui vicini e condiscendenti.