Diabete tipo 2, anche il clima influisce sul rischio

Diabete tipo 2, anche il clima influisce sul rischio

Diabete tipo 2, anche il clima influisce sul rischio; by medicopaziente.it
Uno studio americano per la prima volta, ha verificato se la vulnerabilità climatica, misurata per mezzo di un indicatore multidimensionale, fosse associata all’insorgenza di DT2

9 Febbraio 2026
Stefania Cifani
Aggiornamento clinico, Prevenzione
Il cambiamento climatico e la vulnerabilità sociale sono sempre più riconosciuti come determinanti delle malattie croniche; nuovi dati che riguardano la possibile influenza del cambiamento climatico sull’insorgenza di diabete di tipo 2 (DT2) arrivano da uno studio condotto dall’Houston Methodist DeBakey Heart & Vascular Center che ha, per la prima volta, utilizzato un indicatore multidimensionale.

Lo studio, pubblicato su JAMA Network Open, ha considerato i dati di oltre 1 milione di adulti maggiorenni che avessero effettuato almeno una visita ambulatoriale e una successiva prestazione sanitaria presso un singolo centro, in Texas, tra giugno 2016 e agosto 2023. L’età media dei partecipanti, per il 60% donne, era di 51 anni. In questo campione l’incidenza complessiva di DT2 è stata di 1,88 casi per 100 persone-anno, con un periodo di follow-up fino a 7 anni.

I pazienti sono stati suddivisi in quartili in base ai valori del Climate Vulnerability Index (CVI, Indice di Vulnerabilità Climatica) dal più basso al più alto, corrispondenti rispettivamente a livelli crescenti di vulnerabilità climatica, in base alla zona di residenza. Il CVI è stato sviluppato per valutare le interazioni tra rischi climatici e salute attraverso 184 indicatori delle condizioni di vita delle comunità, dalla qualità delle abitazioni all’accesso ai supermercati, fino alla vicinanza a siti di rifiuti tossici. Questi indicatori sono stati poi aggregati in sette categorie di vulnerabilità e rischio -tra cui salute, ambiente, infrastrutture, fattori sociali ed economici- per determinare il CVI complessivo di ciascuna comunità.

Maggior probabilità di sviluppare diabete di tipo 2 in aree climaticamente più vulnerabili
Nel complesso, il rischio di diabete di tipo 2 è risultato significativamente associato alla residenza nelle aree con il più alto livello di vulnerabilità climatica (quartile più elevato di CVI) rispetto a quelle con il livello più basso, indipendentemente da fattori demografici, socioeconomici e clinici (HR: 1,23, corrispondente a un rischio relativo più elevato del 23%).

L’incidenza del diabete era approssimativamente doppia tra i partecipanti residenti nelle aree appartenenti al quartile di CVI più elevato, rispetto a quelli nel quartile più basso (2,66 vs 1,48 casi per 100 persone-anno). Inoltre, il rischio cumulativo di DT2 nel periodo di follow-up di 7 anni è risultato significativamente più alto nelle comunità con maggiore vulnerabilità climatica, rispetto a quelle con minore vulnerabilità (14,1% vs 8,6%). L’entità dell’associazione variava in base ai sottogruppi clinici e demografici, con rischi più elevati negli individui di età inferiore ai 50 anni (HR: 1,52), nelle donne e negli individui di etnia ispanica, bianca o di altre etnie. Jad Ardakani, dello Houston Methodist DeBakey Heart & Vascular Center, primo autore dello studio, ha commentato:

l’associazione complessiva era attesa, ma la forza della relazione nei giovani adulti e nei soggetti con BMI normale è stata particolarmente rilevante. Questo sembra suggerire che le vulnerabilità ambientali potrebbero accelerare il rischio metabolico prima che emergano i fattori di rischio tradizionali. Il contributo degli aspetti socioeconomici è sorprendente, e conferma quanto le disuguaglianze strutturali influenzino lo sviluppo del diabete.”

Possibili interventi di mitigazione del rischio
Secondo gli Autori, un possibile intervento per contrastare questo fenomeno consiste nell’integrare il contesto del quartiere nella valutazione del rischio, in particolare per i pazienti che vivono in aree altamente vulnerabili. Altre azioni includono un incremento dello screening per il prediabete e il rischio metabolico negli individui provenienti da aree ad alto CVI, anche in presenza di BMI nella norma, e l’invio a programmi di prevenzione del DT2, servizi nutrizionali e risorse per l’attività fisica per i pazienti residenti in comunità vulnerabili.

Sono necessari ulteriori studi per chiarire i meccanismi alla base dell’associazione tra CVI e diabete di tipo 2, ma i risultati suggeriscono l’utilità del CVI per la valutazione del rischio a livello locale e per orientare interventi di sanità pubblica mirati. “Ulteriori ricerche dovrebbero validare questi risultati in altre regioni, esplorare i percorsi causali, comprese le esposizioni ambientali specifiche, e testare gli interventi in grado di ridurre il rischio di diabete nei quartieri climaticamente vulnerabili.” conclude Arkdani.
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