Sindrome del QT lungo: ricercatori italiani individuano il ruolo centrale dell'alimentazione in termini di prevenzione. Caratteristiche, sintomi e (nuove) terapie per una rara e insidiosa patologia cardiaca
Può causare aritmie ventricolari pericolose, svenimenti o morte improvvisa. Conseguenze spesso innescate da stress o esercizio fisico, ma a cui si aggiunge anche il consumo di alimenti specifici, tra cui succo di pompelmo ed energy drink.
Ecco che cosa hanno evidenziato cardiologi e ricercatori universitari dell'IRCCS Maugeri di Pavia, in un'ottica di dati utili per prevenire rischi
Le malattie genetiche del cuore rappresentano la principale causa di morte improvvisa nei soggetti al di sotto dei 40 anni.
Con la definizione di sindrome del QT lungo (LQTS) si indica un gruppo di canalopatie cardiache caratterizzate da un prolungamento sull'elettrocardiogramma di un intervallo chiamato QT (il tempo in cui il cuore si «ricarica» dopo una contrazione).
Questa condizione, determinata dall'alterazione di alcune proteine coinvolte nella stabilità elettrica del cuore, ha un'origine genetica e può comportare un aumentato rischio di aritmie ventricolari pericolose, svenimenti o - nei casi più estremi - morte improvvisa.
Nonostante non esistano dati certi sulla sindrome del QT lungo, le stime più recenti parlano di 1 persona che ne soffre ogni 2000 nati vivi.
Allo stato attuale, sono 17 i geni individuati che, se alterati, possono causare la malattia e tali forme sono state numerate progressivamente; fra queste le più studiate sono la 1, la 2 e la 3, in quanto forme più frequenti.
L'assunzione di beta-bloccanti e alcune modifiche dello stile di vita rimangono fondamentali per la gestione di questa patologia, i cui rischi sono particolarmente collegati a stress o esercizio fisico, ma anche al consumo di precisi alimenti, dal momento che si è recentemente scoperta un'influenza da parte di alcuni componenti della dieta sulla ripolarizzazione e sul rischio aritmico, in particolare negli individui geneticamente predisposti.
I possibili rischi alimentari in una nuova revisione scientifica
A mettere in evidenza l'impatto alimentare sul rischio aritmico nella sindrome del QT lungo è una recente revisione pubblicata su Advances in Nutrition e realizzata da un team di ricercatori italiani del Dipartimento di Medicina Molecolare dell'Università di Pavia e dell'Unità di Cardiologia Molecolare degli Istituti Clinici Scientifici Maugeri, IRCCS, Pavia.
In questo approfondito lavoro, firmato da Andrea Mazzanti, Matteo Floriano, Deni Kukavica, Alessandro Trancuccio e Silvia Priori, gli studiosi hanno riassunto per la prima volta le prove meccanicistiche e cliniche sugli effetti elettrofisiologici di alcuni nutrienti, componenti alimentari e integratori, tra cui succo di pompelmo, liquirizia, prodotti da banco per l'integrazione e bevande energetiche.
«Questa revisione mira a fornire una panoramica strutturata delle interazioni tra fattori nutrizionali e rischio aritmico nella sindrome del QT lungo, con implicazioni pratiche per la cura», si evidenzia nel paper. «In particolare, esaminiamo le evidenze che possono essere utilizzate per una guida specifica per genotipo e che possono servire a proporre la nutrizione come un asse sottoutilizzato di prevenzione delle aritmie».
Secondo i dati raccolti, il succo di pompelmo (Citrus paradisi) è emerso come un fattore dietetico clinicamente rilevante che contribuisce al prolungamento dell'intervallo QT, a causa del suo contenuto di flavonoidi, in particolare naringenina, e furanocumarine, come la bergamottina. Questi composti interferiscono con la ripolarizzazione cardiaca attraverso due meccanismi: l'inibizione diretta dei canali ionici e l'alterazione del metabolismo dei farmaci.
La liquirizia (Glycyrrhiza glabra) è un ingrediente ampiamente utilizzato in caramelle, rimedi erboristici e tisane.
I suoi composti bioattivi sono stati associati a ipertensione, ipokaliemia e prolungamento dell'intervallo QT sia attraverso disturbi elettrolitici, che attraverso effetti diretti sui canali ionici cardiaci.
Attenzione alla chinina: ecco dove si trova
Alcaloide amaro ottenuto dalla corteccia dell'albero di Cinchona, la chinina è spesso utilizzata come agente aromatizzante nell'acqua tonica e ha applicazioni farmacologiche, in particolare come farmaco antimalarico.
Sebbene sia generalmente sicura a basse concentrazioni, è stata tuttavia associata ad anomalie della conduzione cardiaca e al prolungamento dell'intervallo QT, in particolare a dosi supraterapeutiche o in soggetti predisposti».
Gli integratori alimentari con effetti di prolungamento del QT
Alcuni integratori alimentari possono determinare rischi significativi per il prolungamento dell'intervallo QT. Nello specifico, la revisione ha preso in esame le seguenti sostanze:
- La Pueraria mirifica, un integratore a base di erbe del Sud-est asiatico adottato come alternativa naturale alla terapia estrogenica per la menopausa, con l'obiettivo di alleviare i sintomi. Contiene fitoestrogeni come il miroestrolo e il deossimiroestrolo e sebbene manchino studi elettrofisiologici diretti sugli effetti cardiaci, la loro somiglianza strutturale e funzionale con l'estradiolo - già noto per il suo effetto di prolungamento dell'intervallo QT - suggerisce una potenziale interazione con i canali ionici cardiaci.
- La Berberina, un alcaloide bioattivo estratto dalla radice di Coptis e dal Phellodendron chinensis, è ampiamente utilizzata nella medicina tradizionale cinese e ayurvedica per il trattamento del diabete mellito di tipo 2, iperlipidemia e ipertensione. Ha recentemente guadagnato popolarità come integratore da banco ma è stato dimostrato che inibisce i canali del potassio hERG, un aspetto che raramente viene indicato nella documentazione del prodotto e che rappresenta un potenziale rischio proaritmico.
- I cannabinoidi, in particolare il cannabidiolo (CBD) e il cannabigerolo, hanno acquisito popolarità per i loro presunti effetti terapeutici; tuttavia, entrambi mostrano azioni elettrofisiologiche rilevanti per l'aritmogenesi.
- Il cloruro di cesio, utilizzato come terapia alternativa contro il cancro, è stato segnalato dalla FDA per gravi rischi cardiaci, tra cui ipokaliemia e aritmie. Diversi casi ne hanno documentato gli effetti aritmogeni, tra cui il prolungamento dell'intervallo QT e la tachicardia ventricolare polimorfa.
Il «caso» degli energy drink
Le bevande energetiche, dall'effetto stimolante, contengono alte concentrazioni di caffeina, taurina, zucchero e altri composti come il guaranà.
Si legge nella revisione: «La loro potenziale capacità di prolungare l'intervallo QT e di scatenare eventi aritmici ha sollevato preoccupazioni, in particolare negli individui con sindrome del QT lungo.
Sebbene le bevande energetiche siano state associate al prolungamento dell'intervallo QT, i meccanismi sottostanti rimangono non completamente compresi.
La caffeina stessa, anche a dosi fino a 400 mg, non sembra indurre un prolungamento del QTc, e il consumo di caffè non è stato collegato al prolungamento del QT». Tuttavia, è possibile che «altri componenti, come la taurina e il guaranà, possano esercitare effetti sinergici o additivi, in particolare quando consumati in grandi quantità. (…) La crescente complessità e varietà delle formulazioni giustificano una continua vigilanza, soprattutto nelle popolazioni vulnerabili».
Nonostante la loro presunta sicurezza e il loro ampio utilizzo, quindi, tutti gli integratori menzionati contengono spesso composti bioattivi che interferiscono con i canali ionici cardiaci o con il metabolismo dei farmaci.
A differenza di questi ultimi, inoltre, gli integratori alimentari non sono soggetti in genere a rigorose valutazioni di sicurezza, lasciando lacune critiche nella comprensione del loro potenziale aritmico.
Aritmie e cardiopatie, a Pavia uno dei centri di Ricerca più forti del mondo
Negli Istituti Clinici Scientifici Maugeri di Pavia, la Cardiologia Molecolare studia da quasi trent’anni le aritmie ereditarie e le cardiopatie aritmogene, sotto la direzione della Professoressa Silvia Priori.
«Si tratta di un lavoro costruito nel tempo, che ha accompagnato l’evoluzione della cardiologia moderna fino all’attuale medicina di precisione», spiega Andrea Mazzanti, Professore associato di Cardiologia presso l'Università di Pavia, specializzato nella ricerca sulle aritmie ereditarie e cardiomiopatie genetiche.
Proprio grazie a questa lunga esperienza, si sono raggiunti oggi risultati estremamente significativi: «il follow-up prolungato di migliaia di pazienti e famiglie ha chiarito un punto fondamentale: il rischio aritmico non è un dato statico, fissato una volta per tutte dal DNA.
È il risultato di un equilibrio dinamico tra predisposizione biologica e fattori modulanti, come le terapie, l’ambiente e lo stile di vita», evidenzia lo specialista, allargando la prospettiva alla personalizzazione delle terapie.
«Oggi siamo abituati a pensare alla medicina come a qualcosa di sempre più personalizzato. Non più terapie valide indistintamente per tutti, ma decisioni costruite sul singolo individuo: sui suoi geni, sulla sua storia clinica, sul contesto in cui vive.
In cardiologia questo cambiamento è già realtà, soprattutto nel campo delle aritmie. È all’interno di questa nuova prospettiva che anche l’alimentazione, tradizionalmente considerata un elemento periferico rispetto al cuore, inizia a essere riletta in modo diverso, non come causa diretta di malattia, ma come possibile componente di un equilibrio più ampio che contribuisce a definire il profilo di rischio individuale».
Professore, che cosa significa avere «terapie su misura» anche in ambito cardiologico e, in modo specifico, nella sindrome del QT lungo?
«Significa, prima di tutto, la possibilità di adattare la terapia al genotipo.
Nella sindrome del QT lungo, in particolare, oggi sappiamo che meccanismi diversi richiedono trattamenti diversi.
In alcune forme legate al gene SCN5A, l’impiego di farmaci mirati come la mexiletina ha dimostrato di ridurre in modo significativo il rischio di eventi gravi, fino a incidere sulla mortalità».
La terapia farmacologica è ancora l'unica possibilità di trattamento di queste patologie?
«Non più: accanto ai farmaci, si stanno aprendo prospettive ancora più avanzate.
In aritmie ereditarie particolarmente severe, come la tachicardia ventricolare polimorfa catecolaminergica, sono state sviluppate strategie di terapia genica che mirano a correggere il difetto biologico alla base della malattia.
È un cambio di paradigma: dalla gestione del rischio all’intervento sulla causa».
Alla luce di queste nuove prospettive terapeutiche, che importanza può rivestire quindi l'alimentazione?
«È proprio qui che il tema dell’alimentazione trova il suo posto naturale. Se accettiamo che il rischio aritmico dipenda dall’interazione tra genetica e ambiente, allora non possiamo ignorare ciò che introduciamo quotidianamente nel nostro organismo.
Il cuore è un organo elettrico. Il suo funzionamento dipende da un equilibrio estremamente delicato di correnti ioniche. Alcune sostanze presenti negli alimenti, negli integratori o nelle bevande possono influenzare questo equilibrio, direttamente o indirettamente.
Nella maggior parte delle persone questi effetti sono minimi, spesso impercettibili. Ma nei soggetti con una vulnerabilità elettrica preesistente, lo stesso stimolo può avere un peso diverso».
Nello studio revisionale realizzato dal vostro team si fa riferimento anche ai possibili rischi causati dall'assunzione di alcuni integratori naturali. Può spiegarci meglio?
«Uno degli equivoci più diffusi riguarda l’idea che ciò che è naturale sia automaticamente sicuro.
Nella pratica clinica osserviamo spesso pazienti diffidenti verso farmaci ampiamente studiati e regolamentati, ma molto più disinvolti nell’assumere integratori o prodotti erboristici perché percepiti come innocui.
Dal punto di vista biologico, però, molte sostanze di origine naturale hanno effetti farmacologici reali.
Possono interferire con i canali ionici cardiaci, alterare l’equilibrio elettrolitico o interagire con farmaci antiaritmici. In un cuore geneticamente predisposto, anche variazioni apparentemente modeste possono diventare rilevanti».
È quindi necessaria un'attenzione specifica per gli integratori di libera vendita?
«Rappresentano il punto più critico. Sono facilmente accessibili, spesso assunti senza supervisione medica e raramente considerati “farmaci” dal paziente stesso.
Eppure, alcuni di questi prodotti contengono sostanze in grado di influenzare la ripolarizzazione cardiaca o di modificare l’effetto di terapie in corso.
Il problema non è demonizzare gli integratori, ma riconoscere che non sono neutri. In una persona sana possono non avere alcun effetto significativo; in un paziente con una malattia aritmogena possono diventare un fattore da valutare con attenzione.
Il lavoro di revisione realizzato insieme al dottor Matteo Floriano, nutrizionista, nasce proprio da questa esigenza: studiare in modo rigoroso l’interazione tra alimentazione, integratori e rischio aritmico, evitando sia l’allarmismo sia la sottovalutazione».
Il discorso vale anche per le bevande energetiche, menzionate nella revisione…
«Sono ricche di caffeina e di altre sostanze stimolanti, e fanno ormai parte delle abitudini quotidiane, soprattutto tra i più giovani.
Nella maggior parte dei casi non causano problemi, ma in soggetti predisposti possono favorire tachicardie, aumentare l’instabilità elettrica o amplificare un rischio già presente.
Anche qui, il messaggio non è proibitivo. È informativo. Ciò che è ben tollerato da molti può non esserlo da tutti».
Il benessere cardiologico, in pratica, non può prescindere da certe scelte alimentari?
«Una collaborazione reale tra cardiologi e nutrizionisti è fondamentale.
Chi si occupa di nutrizione deve sapere che alcune scelte dietetiche o integrazioni possono avere conseguenze cardiologiche in pazienti fragili.
Allo stesso tempo, il cardiologo non può più limitarsi a prescrivere farmaci senza considerare il contesto alimentare e metabolico.
La collaborazione con i dietisti e con gli esperti di nutrizione va in questa direzione: costruire una cultura condivisa, in cui le competenze si integrano invece di sovrapporsi».
Quanto è importante informare chi vive con una cardiopatia senza tuttavia «allarmare»?
«Parlare di alimentazione e aritmie oggi non significa creare nuove paure.
Significa aumentare la consapevolezza.
La maggior parte delle persone non deve modificare radicalmente la propria dieta per proteggere il cuore. Ma esistono sottogruppi di pazienti per i quali alcune attenzioni in più possono fare la differenza.
La medicina di precisione non riguarda solo farmaci innovativi o terapie geniche. Riguarda anche la capacità di capire quando una scelta quotidiana è neutra e quando, invece, merita una valutazione più attenta.
È in questo spazio – tra scienza avanzata e vita reale – che oggi si gioca una parte importante della prevenzione cardiovascolare».
fonte https://www.vanityfair.it/