Sepsi in ospedale, quasi un caso su tre potrebbe avere margini di prevenzione: dove si può intervenire
Un nuovo studio su JAMA Network Open ha analizzato oltre 558 mila ricoveri e ricostruito nel dettaglio i casi di sepsi comparsi durante la degenza. Tra 100 episodi legati a infezioni, 31 sono stati giudicati potenzialmente prevenibili
Quando la sepsi arriva dopo il ricovero
Si entra in ospedale per essere curati. Ma durante la degenza può comparire un'infezione, oppure un'infezione già riconosciuta può peggiorare fino a trasformarsi in sepsi: una risposta estrema dell'organismo all'infezione che provoca una disfunzione degli organi e può mettere in pericolo la vita. La domanda più scomoda è inevitabile: quante di queste sepsi potrebbero essere evitate intervenendo prima o diversamente?
Una risposta arriva da uno studio pubblicato il 17 settembre su JAMA Network Open da ricercatori di Harvard Medical School, Mass General Brigham e Harvard Pilgrim Health Care Institute.
Gli autori hanno analizzato 558.037 ricoveri di adulti avvenuti tra il 2021 e il 2023 in nove ospedali del New England: due universitari e sette di comunità. In 5.212 ricoveri, lo 0,9%, è stata identificata una sepsi insorta in ospedale, definita secondo criteri CDC come comparsa di una sospetta infezione grave insieme a una nuova disfunzione d'organo dal quarto giorno di ricovero in poi.
Per capire cosa fosse realmente accaduto, i ricercatori hanno poi aperto le cartelle cliniche e ricostruito nel dettaglio 250 episodi.
La mortalità ospedaliera in questo gruppo è stata del 37%: 93 pazienti su 250 sono morti durante il ricovero.
Il 31% dei casi esaminati aveva possibili margini di prevenzione
Dei 250 episodi studiati in profondità, 198, pari al 79%, sono stati attribuiti a un'infezione. I restanti 52 erano legati a condizioni non infettive capaci di produrre un quadro compatibile con la definizione utilizzata, come emorragie, ischemie o aritmie cardiache e ipovolemia.
Tra i casi infettivi dominavano nettamente le infezioni respiratorie: rappresentavano il 56%.
In particolare, 44% delle sepsi infettive era associato a polmonite acquisita in ospedale non legata alla ventilazione meccanica. Seguivano le infezioni primarie del sangue e quelle intra-addominali.
Gli autori hanno quindi selezionato 100 sepsi correlate a infezioni e affidato a tre medici una valutazione strutturata della loro possibile prevenibilità. Trentuno casi su cento, con un intervallo di confidenza tra il 23% e il 41%, sono stati giudicati potenzialmente prevenibili.
La formulazione conta: lo studio non dimostra che il 31% di tutte le sepsi ospedaliere possa essere evitato.
Si tratta di una valutazione retrospettiva condotta su un sottogruppo limitato di pazienti. Ma permette di vedere dove, secondo i revisori, si erano aperte le principali finestre per fare meglio.
E non riguardavano soprattutto cateteri o altri dispositivi, come si potrebbe immaginare. Tra le 58 opportunità di miglioramento individuate, il 38% riguardava una gestione non ottimale di infezioni già riconosciute prima della loro progressione verso la sepsi e un altro 38% carenze nella prevenzione delle polmoniti ospedaliere non associate alla ventilazione.
Dalla deglutizione all'igiene orale: dove si nascondono i rischi
È forse qui che lo studio diventa più interessante per chi organizza l'assistenza. Dietro la parola “prevenzione” non compaiono soltanto grandi tecnologie o nuovi farmaci.
Compaiono anche gesti e decisioni molto più quotidiani.
I ricercatori hanno individuato, per esempio, ritardi nel coinvolgimento degli specialisti, nel controllo della fonte dell'infezione e negli accertamenti microbiologici. Sul fronte delle polmoniti sono emerse valutazioni tardive dei disturbi della deglutizione, cure del cavo orale non effettuate, insufficienti precauzioni contro l'aspirazione, sedazione eccessiva e gestione non ottimale di vomito e ileo.
È un cambio di prospettiva. La sicurezza del paziente non passa soltanto dal prevenire l'infezione associata a un catetere o a una procedura invasiva. Può dipendere anche dal riconoscere che un paziente fragile deglutisce male, dal ridurre il rischio che materiale raggiunga le vie respiratorie o dal reagire più rapidamente quando un'infezione già presente comincia a peggiorare.
Ed emerge un secondo problema: solo 25 dei 198 episodi infettivi, il 13%, rientravano nei criteri statunitensi delle infezioni correlate all'assistenza attualmente soggette a sorveglianza e segnalazione nello studio.
In altre parole, osservare soltanto gli indicatori tradizionali potrebbe lasciare fuori una quota consistente delle complicanze infettive più gravi. Non è un problema secondario.
Già nel 2025 gli stessi ricercatori avevano sostenuto sul New England Journal of Medicine che monitorare la sepsi insorta in ospedale potrebbe ampliare lo sguardo oltre le infezioni tradizionalmente sorvegliate.
Non significa che una sepsi su tre sia “colpa dell'ospedale”
Qui serve però una distinzione fondamentale. “Potenzialmente prevenibile” non significa né certamente evitabile né conseguenza automatica di un errore sanitario.
I pazienti ricoverati sono spesso anziani, fragili, immunodepressi o affetti da più malattie contemporaneamente. Nel campione analizzato l'età mediana era di 72 anni. Una sepsi può comparire anche quando l'assistenza è appropriata e tutte le misure raccomandate sono state applicate.
Lo studio ha inoltre limiti precisi: è retrospettivo, riguarda nove ospedali appartenenti allo stesso sistema sanitario statunitense e la valutazione della prevenibilità è stata effettuata soltanto su 100 episodi infettivi. Stabilire a posteriori se un evento avrebbe potuto essere evitato conserva inevitabilmente una componente di giudizio, anche quando vengono utilizzati criteri strutturati e consenso tra più medici.
La ricerca, però, aggiunge un tassello importante a un problema enorme. L'Organizzazione mondiale della sanità stima che nel mondo si verifichino circa 48,9 milioni di casi di sepsi l'anno e 11 milioni di decessi associati. Il Ministero della Salute ricorda che tra le persone maggiormente a rischio figurano proprio i pazienti ricoverati, soprattutto se sottoposti a procedure invasive o portatori di dispositivi.
La sfida, dunque, non è promettere un ospedale nel quale ogni sepsi possa essere eliminata. È allargare la prevenzione oltre ciò che già misuriamo, riconoscere prima le infezioni che stanno peggiorando e trasformare eventi gravi come la sepsi in segnali da cui imparare. Perché a volte la differenza può nascondersi non in una terapia straordinaria, ma in una complicanza
ordinaria riconosciuta qualche ora prima.
World Health Organization. “Sepsis”. Fact sheet, aggiornamento 3 maggio 2024.
Centers for Disease Control and Prevention. “Hospital Sepsis Program Core Elements”. Indicazioni per programmi ospedalieri di prevenzione, riconoscimento e gestione della sepsi.
Ministero della Salute. “Giornata mondiale per la lotta alla sepsi”. Informazioni su fattori di rischio, prevenzione e riconoscimento della sepsi.
Manzoor F, Klompas M, Seetharaman S, Chan C, Rhee C. “Underlying Causes and Preventability of Hospital-Onset Sepsis Events”. JAMA Network Open, 2026;9(9). DOI: 10.1001/jamanetworkopen.2026.34324.
Manzoor F, Rhee C, Klompas M. “Advancing Surveillance of Health Care–Associated Infections — Targeting Hospital-Onset Sepsis”. New England Journal of Medicine, 2025;393:1452-1454. DOI: 10.1056/NEJMp2507138.