Longevità, tre mesi di movimento possono ringiovanire il sangue?
Uno studio internazionale ha misurato un cambiamento equivalente a dieci mesi nell’età biologica. Ma il risultato non significa aver recuperato dieci mesi di vita
Abbiamo tutti un’età scritta sui documenti. Ma due persone nate nello stesso anno possono avere condizioni fisiche molto diverse: una sale le scale senza difficoltà, l’altra si affatica; una mantiene una buona forza muscolare, l’altra ha già perso parte della propria autonomia.
Da questa differenza nasce una delle domande più interessanti della ricerca sulla longevità: è possibile misurare quanto il nostro organismo stia realmente invecchiando, al di là degli anni trascorsi dalla nascita?
Un gruppo internazionale di ricercatori ha provato a rispondere osservando alcune proteine presenti nel sangue. I risultati, pubblicati sulla rivista scientifica npj Aging, suggeriscono che l’attività fisica possa modificare un indicatore molecolare dell’invecchiamento anche nell’arco di pochi mesi.
Il dato che colpisce è questo: dopo dodici settimane di esercizio supervisionato, in un piccolo gruppo di uomini il valore di un particolare indicatore dell’età biologica si è ridotto di un equivalente stimato di circa dieci mesi.
Prima di immaginare una macchina del tempo nascosta in palestra, però, bisogna capire che cosa è stato davvero misurato.
Il nostro sangue contiene migliaia di proteine che partecipano al funzionamento dei tessuti, alla risposta immunitaria e al metabolismo.
La quantità di alcune di queste proteine cambia con l’età. Analizzandole insieme, gli scienziati possono costruire un modello statistico che stima un’età biologica, diversa da quella anagrafica.
Non è un certificato di giovinezza. È un indicatore sperimentale che cerca di descrivere alcuni cambiamenti dell’organismo.
I ricercatori, coordinati da Sindre Lee-Ødegård dell’Università di Oslo, hanno cominciato studiando i dati di 45.438 partecipanti alla UK Biobank, una grande raccolta di informazioni sanitarie del Regno Unito. Hanno confrontato i livelli delle proteine nel sangue con le abitudini di movimento, le caratteristiche fisiche e alcuni indicatori metabolici.
Le persone fisicamente più attive tendevano ad avere un profilo proteico associato a un’età biologica più favorevole.
Al contrario, valori indicativi di un invecchiamento biologico più rapido risultavano collegati a una minore attività fisica e a condizioni metaboliche meno favorevoli.
Questa prima parte della ricerca, però, era osservazionale. Significa che gli studiosi hanno trovato un’associazione, senza poter stabilire che fosse stato proprio il movimento a provocarla.
Chi fa più attività fisica può anche avere abitudini alimentari, condizioni economiche o caratteristiche di salute differenti.
Per andare oltre, il gruppo ha esaminato i risultati di un secondo studio, molto più piccolo, nel quale 26 uomini precedentemente sedentari avevano seguito un programma supervisionato di allenamento di forza e resistenza per dodici settimane.
Al termine dell’intervento, il valore dell’indicatore biologico si era ridotto dell’equivalente di 10,2 mesi.
Erano migliorati anche altri parametri: i partecipanti avevano perso circa 2-4 chili di massa grassa, guadagnato circa 2 chili di massa magra e mostrato un miglioramento della sensibilità all’insulina vicino al 40%.
La sensibilità all’insulina indica quanto efficacemente l’organismo riesca a utilizzare questo ormone per regolare lo zucchero nel sangue.
È un parametro importante perché le alterazioni del metabolismo sono strettamente legate al rischio di sviluppare il diabete di tipo 2.
È un risultato interessante perché suggerisce che almeno alcuni segnali molecolari associati all’invecchiamento possano rispondere al cambiamento delle abitudini.
Ma il dettaglio più importante è proprio la distinzione tra un indicatore e la vita reale.
Lo studio non ha dimostrato che i partecipanti vivranno dieci mesi in più, che siano ringiovaniti in ogni organo o che abbiano ridotto della stessa misura il rischio di tutte le malattie.
Il sistema utilizzato dai ricercatori prende in considerazione 204 proteine. La maggior parte è rimasta relativamente stabile, mentre alcune hanno mostrato cambiamenti associati all’allenamento e al miglioramento del metabolismo.
Questo suggerisce che non tutto l’organismo risponde allo stesso modo e con la stessa velocità.
È una precisazione preziosa in un settore nel quale si parla sempre più spesso di test dell’età biologica, integratori antinvecchiamento e trattamenti capaci di riportare indietro l’orologio.
Oggi non esiste un esame del sangue universalmente accettato che possa dire con certezza quanti anni di vita restino a una persona.
I diversi orologi biologici misurano fenomeni differenti e il loro impiego nella pratica clinica è ancora oggetto di ricerca.
La scoperta non rende quindi necessario acquistare test costosi per controllare se una passeggiata ci abbia ringiovaniti.
Semmai rafforza, attraverso una nuova strada scientifica, qualcosa che sappiamo già da numerose ricerche: il movimento regolare aiuta a proteggere muscoli, cuore e metabolismo.
Va però ricordato che il programma studiato comprendeva esercizi strutturati di forza e resistenza, non semplici passeggiate. Non sarebbe corretto promettere lo stesso risultato molecolare con qualsiasi attività fisica.
Per molte persone la questione non è iniziare ad allenarsi intensamente da un giorno all’altro. È trovare un’attività sostenibile e mantenerla nel tempo, adattandola all’età e alle proprie condizioni fisiche.
Camminare, andare in bicicletta, nuotare e svolgere esercizi di forza possono contribuire a preservare capacità che diventano particolarmente importanti con l’avanzare degli anni.
La vera promessa di questa ricerca non è cancellare gli anni dal calendario.
È comprendere sempre meglio quali cambiamenti del nostro organismo siano inevitabili e quali, almeno in parte, possano essere modificati.
Fonti:
Lee-Ødegård S. e colleghi, Reversal of proteomic aging with exercise—results from the UK biobank and a 12-week intervention study, npj Aging, pubblicato online il 26 dicembre 2025, versione definitiva del 29 gennaio 2026, volume 12, articolo 19. DOI: 10.1038/s41514-025-00318-w.
UK Biobank, coorte di 45.438 partecipanti analizzata nello studio.
Studio di intervento MyoGlu, ClinicalTrials.gov NCT01803568.
https://www.mondosanita.it/