Semaglutide contro ictus, infarto e arterie malandate: il farmaco nato contro diabete e obesità si rivela uno scudo per le malattie cardiovascolari
Le nuove ricerche sugli agonisti del recettore GLP-1 stanno modificando il modo in cui cardiologi, diabetologi e internisti guardano ai farmaci contro l'obesità e il diabete.
La semaglutide riduce il rischio di infarto e ictus, migliora l’affanno nei pazienti con scompenso cardiaco legato all’obesità e protegge anche i reni.
Gli studi clinici più recenti indicano che, in determinate categorie di pazienti, la semaglutide può ridurre eventi cardiovascolari importanti e migliorare concretamente la capacità di compiere attività quotidiane.
Il dato più rilevante arriva dal grande studio SELECT, che ha coinvolto 17.604 persone con sovrappeso o obesità e una malattia cardiovascolare già diagnosticata, ma senza diabete.
I partecipanti avevano quindi alle spalle un infarto, un ictus oppure una patologia delle arterie periferiche.
La somministrazione settimanale di semaglutide alla dose di 2,4 milligrammi ha ridotto del 20 per cento il rischio relativo dell’insieme di morte cardiovascolare, infarto non fatale e ictus non fatale.
Nel corso di circa 40 mesi questi eventi si sono verificati nel 6,5 per cento dei pazienti trattati, contro l’8 per cento del gruppo placebo.
La differenza assoluta è di 1,5 punti percentuali: un dato meno spettacolare del “20 per cento” utilizzato nei titoli, ma clinicamente significativo in una popolazione numerosa e già ad alto rischio.
Significa che, trattando circa 67 pazienti per poco più di tre anni, si potrebbe evitare uno degli eventi cardiovascolari inclusi nello studio.
Una protezione che non dipende soltanto dalla bilancia
Il risultato di SELECT è particolarmente importante perché dimostra per la prima volta, su larga scala, una riduzione degli eventi cardiovascolari nelle persone con obesità ma senza diabete.
Il vantaggio ha iniziato inoltre a emergere prima che i partecipanti raggiungessero il massimo calo ponderale.
Le successive analisi dello studio hanno rilevato una protezione presente in diversi sottogruppi e non limitata esclusivamente a chi aveva perso più chili.
Questo non significa che il dimagrimento sia irrilevante.
Ridurre il grasso viscerale alleggerisce il lavoro del cuore, abbassa la pressione, migliora la respirazione e riduce le alterazioni metaboliche. I ricercatori ipotizzano però che al beneficio contribuiscano anche altri meccanismi.
La semaglutide potrebbe intervenire sull’infiammazione cronica di basso grado associata all’obesità, sulla funzione dell’endotelio che riveste i vasi, sul controllo della glicemia, sulla pressione arteriosa e sulla quantità di grasso depositata intorno agli organi, compreso il cuore.
Un’analisi pubblicata nel 2025 su The Lancet ha approfondito proprio il rapporto tra riduzione del peso, circonferenza addominale ed eventi cardiovascolari.
I risultati suggeriscono che la protezione non possa essere spiegata interamente dai numeri segnati dalla bilancia.
Si tratta, tuttavia, di un’indicazione statistica: non è ancora possibile separare con precisione gli effetti diretti del farmaco da quelli prodotti dal miglioramento metabolico complessivo.
Quando il cuore è “soffocato” dall’obesità
Un altro capitolo particolarmente interessante riguarda lo scompenso cardiaco a frazione di eiezione preservata, indicato con la sigla HFpEF.
In questa condizione il cuore riesce ancora a espellere una quota apparentemente normale di sangue, ma il muscolo è rigido e si riempie con difficoltà.
I pazienti possono avvertire affanno anche dopo piccoli sforzi, stanchezza, gonfiore alle gambe e una progressiva riduzione dell’autonomia.
L’obesità non è soltanto una malattia associata: in molti casi rappresenta uno dei motori dello scompenso attraverso infiammazione, aumento del volume sanguigno, pressione elevata, apnee notturne e accumulo di grasso intorno al cuore.
Nel trial STEP-HFpEF sono stati studiati 529 pazienti con obesità e questa forma di insufficienza cardiaca.
Dopo 52 settimane, chi aveva ricevuto semaglutide presentava un miglioramento più marcato dei sintomi e delle limitazioni fisiche.
Il punteggio del Kansas City Cardiomyopathy Questionnaire, uno strumento utilizzato per misurare la qualità di vita nello scompenso, è aumentato in media di 16,6 punti con il farmaco e di 8,7 punti con placebo.
La differenza di quasi otto punti è considerata clinicamente rilevante.
I pazienti trattati riuscivano inoltre a percorrere circa 20 metri in più rispetto al gruppo di controllo nel test del cammino di sei minuti.
La perdita di peso è stata del 13,3 per cento, contro il 2,6 per cento del placebo.
È diminuita anche la proteina C reattiva, un indicatore dell’infiammazione sistemica, con una riduzione superiore al 40 per cento.
Risultati analoghi sono stati successivamente osservati nello STEP-HFpEF DM, condotto su pazienti che, oltre all’obesità e allo scompenso, avevano il diabete tipo 2.
Il dimagrimento è risultato meno accentuato rispetto alle persone senza diabete, ma i vantaggi su affanno, attività fisica e qualità della vita sono rimasti evidenti.
Questi studi erano stati progettati soprattutto per valutare sintomi e capacità funzionale, non per stabilire con certezza una riduzione della mortalità.
Non è quindi corretto dire che il farmaco “guarisce” lo scompenso.
Dimostra però di poter intervenire su una componente metabolica della malattia finora difficilmente trattabile.
Meno riacutizzazioni dello scompenso
Una successiva analisi congiunta dei trial SELECT, FLOW, STEP-HFpEF e STEP-HFpEF DM ha esaminato pazienti con scompenso a frazione di eiezione lievemente ridotta o preservata.
Nel complesso, la semaglutide ha ridotto il rischio dell’endpoint formato da riacutizzazioni dello scompenso e morte cardiovascolare.
Il beneficio è stato osservato in differenti gruppi di pazienti, compresi quelli con o senza diabete.
Il risultato rafforza l’ipotesi che trattare l’obesità possa cambiare anche l’andamento clinico dello scompenso.
Rimane invece da chiarire il ruolo del farmaco nei pazienti con frazione di eiezione marcatamente ridotta, nei quali il muscolo cardiaco ha perso una parte importante della capacità di contrarsi.
In questa forma di insufficienza cardiaca le prove disponibili sono ancora insufficienti.
La semaglutide non può pertanto essere considerata un’alternativa alle terapie che hanno già dimostrato di ridurre mortalità e ricoveri, come gli inibitori SGLT2 e gli altri farmaci indicati dalle linee guida.
Il legame decisivo fra cuore e reni
La protezione cardiovascolare emerge anche dal trial FLOW, condotto su persone con diabete tipo 2 e malattia renale cronica.
In questi pazienti il deterioramento dei reni aumenta fortemente il rischio di scompenso, infarto, ictus e morte cardiovascolare.
La semaglutide ha ridotto del 24 per cento il rischio dell’endpoint principale, che comprendeva eventi renali gravi e morte per cause cardiovascolari.
La mortalità cardiovascolare si è ridotta del 29 per cento e quella per tutte le cause del 20 per cento.
Cuore e rene, infatti, non sono due compartimenti separati.
Quando i reni funzionano male aumentano la ritenzione di sodio e liquidi, la pressione e il carico imposto al cuore. A sua volta, un cuore insufficiente riduce la quantità di sangue che raggiunge i reni.
Si crea così un circolo vizioso cardiorenale.
Rallentare la progressione della malattia renale può quindi tradursi in una protezione più ampia, soprattutto nei pazienti con diabete, ipertensione e obesità.
Anche la formulazione orale supera la prova cardiovascolare
Un’ulteriore conferma è arrivata nel 2025 dal trial SOUL, che ha valutato la formulazione orale della semaglutide in quasi 10.000 persone con diabete tipo 2 e malattia cardiovascolare, renale o entrambe.
Il trattamento ha ridotto del 14 per cento il rischio relativo di morte cardiovascolare, infarto non fatale e ictus non fatale rispetto al placebo.
Il beneficio è apparso presente anche nei pazienti che assumevano contemporaneamente un inibitore SGLT2, senza l’emersione di nuovi rilevanti problemi di sicurezza.
Un’analisi secondaria pubblicata nel 2026 ha esaminato più specificamente gli eventi di scompenso cardiaco nei partecipanti con e senza una precedente diagnosi di insufficienza cardiaca.
Anche in questo caso è emerso un segnale favorevole, che deve però essere interpretato con maggiore prudenza perché non costituiva l’obiettivo principale del trial.
Non è una cura universale per il cuore
I risultati non autorizzano a considerare la semaglutide una sorta di integratore preventivo né un farmaco da assumere autonomamente per “proteggere il cuore”.
Le evidenze più forti riguardano persone con condizioni precise: obesità o sovrappeso associati a una malattia cardiovascolare già nota, diabete tipo 2 ad alto rischio, malattia renale cronica e scompenso a frazione preservata legato all’obesità.
Non sappiamo ancora se lo stesso vantaggio si estenda alle persone normopeso, a chi presenta un rischio cardiovascolare basso o a tutte le forme di scompenso cardiaco.
Sono necessari anche dati più lunghi per comprendere che cosa accada dopo molti anni di trattamento e quali siano le conseguenze dell’interruzione.
La perdita di peso rapida deve inoltre essere accompagnata da un’alimentazione adeguata e da attività fisica personalizzata, per limitare la riduzione della massa muscolare.
Nei pazienti anziani o fragili la perdita di muscolo può compromettere equilibrio, autonomia e capacità di recupero dopo una malattia.
Gli effetti indesiderati più frequenti sono nausea, vomito, diarrea, stitichezza e dolori addominali.
Vomito e diarrea persistenti possono provocare disidratazione, abbassamento della pressione e peggioramento della funzione renale, soprattutto in chi assume diuretici o altri antipertensivi.
È stato osservato anche un modesto aumento della frequenza cardiaca, che richiede attenzione nei pazienti predisposti alle aritmie.
Un nuovo modo di guardare al rischio cardiovascolare
Bibliografia essenziale
Lincoff AM et al. Semaglutide and Cardiovascular Outcomes in Obesity without Diabetes. New England Journal of Medicine, 2023??.
Kosiborod MN et al. Semaglutide in Patients with Heart Failure with Preserved Ejection Fraction and Obesity. New England Journal of Medicine, 2023??.
Butler J et al. Semaglutide versus placebo in people with obesity-related HFpEF. The Lancet, 2024??.
Perkovic V et al. Effects of Semaglutide on Chronic Kidney Disease in Patients with Type 2 Diabetes. New England Journal of Medicine, 2024??.
Kosiborod MN et al. Analisi congiunta su semaglutide e scompenso cardiaco. The Lancet, 2024??.
McGuire DK et al. Oral Semaglutide and Cardiovascular Outcomes in High-Risk Type 2 Diabetes. New England Journal of Medicine, 2025??.
Deanfield J et al. Semaglutide, adiposità ed eventi cardiovascolari nello studio SELECT. The Lancet, 20