Il territorio

Castrovillari


Posta in un avvallamento naturale denominato "Conca del Re", a circa 360 metri d'altitudine sul livello medio del mare, Castrovillari è circondata dagli Appennini Calabresi, ed è il centro più grande del Parco Nazionale del Pollino. Il nome "Castrovillari" deriva probabilmente deriva dal tardo latino medievale castrum villarum (letteralmente "fortezza delle ville").
La cittadina fu fondata dagli aragonesi, a cui si deve lo splendido Castello Aragonese.
È divisa in due parti separate dal celebre Ponte della Catena; la parte vecchia, detta Civita ed edificata su uno sperone calcareo, è caratterizzata da piccole viuzze e costruzioni molto caratteristiche.
Vi si trovano la chiesa monumentale di San Giuliano, il Protoconvento Francescano e, su una altura, la celeberrima Madonna del Castello.
Nella piazza antistante la chiesa della Madonna del Castello, un cannone e un allarme antiaereo ricordano la guerra; l'allarme suona tutti i giorni a mezzogiorno.
Sempre nella Civita si trova il rinnovato Teatro Sybaris, che ospita alcune importanti manifestazioni teatrali, musicali e di cabaret con artisti di fama nazionale.

Tra le altre chiese, si ricorda quella di San Francesco di Paola, la Chiesa dei Sacri Cuori e la piccola chiesetta dell'Eterno Padre, ubicata nella frazione Vigne, proprio accanto al fiume Coscile.
Sorta sotto i piloni dell'autostrada, questa chiesa è nota per una statua della Madonna che si dice abbia pianto sangue.
Tra le feste della tradizione castrovillarese, quella certamente più sentita è la "Festa della Madonna del Castello" che si tiene ogni anno all'inizio di Maggio.
Altre feste molto sentite sono le "Focarine di San Giuseppe" (in cui gli abitanti scendono per strada e accendono falò) e la "Festa della Pietà" (15 e 16 agosto).
L'evento di maggior richiamo anche tra i non castrovillaresi è invece probabilmente il Carnevale del Pollino (nel 2006 ribattezzato "Carnevale di Castrovillari"), nel corso del quale sfilano carri allegorici e gruppi folkloristici provenienti da tutto il mondo.
Un'ulteriore occasione di riunione e di spettacolo per i gruppi folkloristici internazionali è costituito dal "Festival Internazionale del Folklore e del Parco del Pollino".

Sito istituzionale del comune di Castrovillari: comune.castrovillari.cs.it



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Civita


Civita è uno dei centri italo - albanesi (arbërësh) sorti alla fine del basso medioevo nell'Italia centro-meridionale.
È stata fondata intorno al 1471 da profughi albanesi giunti sulla costa calabrese dopo la morte dell'eroe nazionale Giorgio Castriota Skanderbeg e alla conquista progressiva dell'Arberia (l'albania greco-bizantina medievale) e di tutto l'impero Bizantino da parte dei Turchi Ottomani Civita sorge su una terrazza naturale (a 450 m s.l.m.) collocata sul versante calabrese del PARCO NAZIONALE DEL POLLINO, a breve distanza dal mar Ionio e si affaccia sulle gole del Raganello, canyon naturale impressionante.
Il paese si trova in una posizione ideale per raggiungere le spiagge del mar Ionio (da cui dista circa 15 Km) e le stazioni termali di Cassano allo Ionio e Spezzano Terme.
La ricchezza paesaggistica di Civita, però, non è solo ambientale. I suoi fondatori portarono con loro tutto il patrimonio etnico, religioso e culturale caratteristico dei loro territori d'origine e che tuttora è presente nella vita del paese, conservato integro fino ai giorni nostri.
La vita del paese è scandita dalle cose più semplici che sono arrivate a noi dal passato.Si possono apprezzare i riti greco-bizantini, le danze folkloristiche come le coinvolgenti vallje, i costumi tipici della tradizione arbërësh, indossati tuttora come abiti giornalieri dalle persone anziane, nonché la lingua civitese, tramandato oralmente di generazione in generazione.

Civita è il punto di partenza ideale per escursioni a cavallo, in mountain bike, trekking, arrampicata e torrentismo nelle Gole del Raganello insieme a guide esperte e qualificate nella natura incontaminata del PARCO NAZIONALE DEL POLLINO, il più esteso d'Europa.

La bellezza di Civita, poi, fa anche riferimento a caratteristiche architettoniche, quali gli stupendi comignoli, vere e proprie opere d'arte povera, che richiamano la cultura orientale e che sormontano le piccole case in pietra e le case di Kodra, ossia delle case dal "volto umano" che si possono ammirare passeggiando per il centro storico.

Per quanto riguarda la gastronomia, gli ingredienti base della cucina civitese sono sia le carni fresche che quelle conservate (tipica la soppressata intera e quella con le carni tagliate rigorosamente a mano), il formaggio pecorino, prodotto da pascoli ricchi di erbe aromatiche della montagna apollinea e la pasta di casa.
Nelle comunità arberesh, poiché la farina non mancava mai, si ricorreva spesso alla pasta di casa elaborata in varie forme (shtridhelat, strangulerat, rrashkatjelerat, dromsat, ecc.) condita da sughi semplici esaltati da ricotta stagionata e da erbe spontanee profumate, oppure insaporita da sughi di carni tenere.
Tra i secondi piatti protagonisti della tavola sono il capretto e l'agnello lattante, nonché le frattaglie con e senza salsa piccante. Su una buona tavola non possono poi mancare il vino rosso D.O.C. del Pollino e i dolci tipici (bukonotrat, skalettat, krustulit, peta, cici, ecc.).

Sito istituzionale del comune di Civita: comunedicivita.it

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Morano Calabro


Dal 2003 detiene la nomina di centro fra i "Borghi più belli d'Italia" e la "Bandiera Arancione" del Touring Club Italiano, per la sua pittoresca posizione geografica e per la pregevolezza delle opere artistiche custodite.
Oggi è uno dei principali centri del Parco Nazionale del Pollino.
Sull'origine del nome del borgo non si hanno precise testimonianze storiche, si sono invece ipotizzate incerte e contrastanti teorie. Nel corso degli anni sono state fatte bizzarre congetture, quale ad esempio l'erronea supposizione che il nome "Morano" derivi dal fatto che sia stato fondato o abitato dai "mori".
Altre teorie volevano che il nome derivasse dalla coltivazione dei gelsi mori che abbondano nell'agro circostante. La tesi proposta dallo storico Gaetano Scorza afferma che Morano possa vantare origini magno-greche.
Morano Calabro fu certamente fondata dai romani, come già detto, intorno al II secolo a.C.
La prima traccia significativa del borgo che incontriamo, è infatti nel toponimo latino "Muranum", comparso per la prima volta in una pietra miliare del II secolo a.C., la cosiddetta Lapis Pollae (o lapide di Polla).
Muranum risulta essere stazione della Via Capua-Rhegium, antica strada consolare romana, comunemente denominata via Annia-Popilia. Successivamente, lo ritroviamo con il nome di "Summuranum" nel cosiddetto Itinerario di Antonino (III secolo d.C.) e nella Tabula Peutingeriana (III secolo d.C.).

Tra i monumenti più belli di Morano Calabro:
Castello Normanno-Svevo, appare in ruderi sulla sommità dell'abitato in posizione strategica da dominare tutta la valle dell'antico fiume Sybaris.
Le sue origini risalgono all'epoca romana quando vi fu eretto un fortilizio utilizzato come base per l'attuale castello, edificato nel suo nucleo originario in epoca Normanno-Sveva.
Chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, sorge sulla sommità dell'abitato nei pressi del Castello Normanno-Svevo. La sua fondazione si fa risalire intorno all'anno mille. Al suo interno vi sono custodite pregevolissime opere d'arte: statue, affreschi e una Croce Processionale in argento.
Collegiata di Santa Maria Maddalena, all'interno sono conservate pregevoli opere d'arte. Appartengono alla scuola di Pietro Bernini un ciborio e due angeli oranti posti alle estremità dell'altar maggiore, mentre è del celebre scultore del rinascimento meridionale Antonello Gagini la Madonna degl'Angioli (1505).
Chiesa di San Nicola di Bari , si trova nel cuore del centro storico e si mostra ai piedi del colle dove sorge il borgo solo sul suo fianco destro. L'ingresso è situato nell'intricato susseguirsi di vicoli del quartiere Giudea, sulla piazzatta da cui prende il nome, nei pressi della più antica fontana moranese e dell'antico seggio cittadino dell'Universitas che in questa chiesa aveva appunto il suo patronato.
Chiesa e Monastero di San Bernardino da Siena , il complesso monastico in stile tardo gotico, è uno dei migliori esempi di architettura francescana del '400 che si possano rintracciare nell'intera Calabria.
Pregevole il Polittico di Bartolomeo Vivarini, dipinto a Murano nel 1477.

Sito istituzionale del comune di Morano Calabro: comunemoranocalabro.it

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Corigliano Calabro


Le origini di Corigliano sarebbero da riportare all'epoca dell'incursione araba del 977 da parte dell'emiro di Palermo, al Quasim, quando alcuni abitanti della Terra di Aghios Mavros (San Mauro, nei pressi dell'attuale frazione di Cantinella) si spostarono in luoghi più elevati, determinando lo sviluppo del piccolo villaggio di Corellianum (il cui nome indicherebbe un "podere di Corellio") sul colle secoli dopo denominato delli Serraturi (nome derivato dalla concentrazione nella zona di un consistente numero di segantini: la denominazione è stata successivamente adeguata all'italiano nella forma "Serratore").
Dopo la conquista normanna, a Roberto il Guiscardo viene attribuita nel 1073 la fondazione di un castello, con annessa chiesa dedicata a San Pietro.
La città si sviluppa progressivamente intorno al castello e alle chiese di "Santoro" e di "Santa Maria".
Durante il XIV secolo vi era stata accolta una comunità ebraica e nella località "Pendino" venne costruito il monastero francescano.
Nel XIV secolo fu sotto il dominio dei conti di Sangineto per passare in seguito ai Sanseverino. Un arresto dello sviluppo si ebbe nel XV secolo, a causa del continuo stato di guerra tra Angioini e Aragonesi.
Nel 1532 il numero degli abitanti era cresciuto quasi a 4.000 e nel 1538 la città riuscì a respingere l'attacco del pirata saraceno Barbarossa.
Nel 1616, per ripianare i debiti lasciati dal Sanseverino, il governo dispose la vendita dei suoi beni feudali e tra questi Corigliano, che fu acquistato da Agostino e Giovan Filippo Saluzzo, ricchi finanzieri impegnati nelle attività economiche del Regno di Napoli.
Durante il XVII secolo i Saluzzo non riuscirono a fermare la progressiva decadenza economica: molte delle terre della pianura erano state abbandonate ed erano divenute paludose, provocando un'accentuazione della malaria, a cui si aggiunse un'epidemia di peste nel 1656.
Nel XVIII secolo si ebbe un miglioramento delle condizioni, grazie alle opere di bonifica intraprese dai duchi e alla produzione della liquirizia.
Nel 1863 Corigliano prese la denominazione di "Corigliano Calabro" per evitare la confusione con Corigliano d'Otranto.


Tra i vari monumenti vanno ricordati:
Castello ducale, si è ipotizzata la sua edificazione da parte di Roberto il Guiscardo intorno al 1073 come postazione militare. Alla metà XIV secolo fu trasformato come residenza nobiliare dal conte di Corigliano Roberto Sanseverino.
Chiesa del Carmine, dedicata alla Santissima Annunziata, fu consacrata nel 1493 presso il convento dei Carmelitani. Presenta affreschi cinquecenteschi sulla facciata. L'interno a tre navate conserva sulla volta della navata centrale tre affreschi di Domenico Oranges del 1744.
Chiesa di Sant'Antonio, costruita con l'annesso convento francescano nella prima metà del XV secolo e trasformata nel 1740, presenta una cupola rivestita di maioliche gialle e azzurre e una porta in bronzo dello scultore Carmine Cianci (1982).
Chiesa collegiata di San Pietro, di fondazione precedente al XV secolo, conserva dipinti settecenteschi.
Chiesa della Riforma, consacrata nel 1686 a Santa Maria di Costantinopoli. L'interno presenta un'unica navata con quattro cappelle a destra. Conserva un Crocifisso seicentesco attribuito a frate Umile Pintorno da Pietralia. Nella sacrestia si conserva il dipinto della Madonna di Costantinopoli di Luigi Medolla.
Chiesa di Santa Chiara o "delle Monachelle", edificata tra il 1757 e il 1762 su una piccola chiesa precedente. L'interno con unica navata conserva una tela di Nicola Domenico Menzele del 1762 (San Michele Arcangelo) e un organo del 1735. Sulla volta della navata un dipinto di Pietro Costantini con Santa Chiara e suore di clausura che difendono il Santissimo (1762).
Chiesa matrice di Santa Maria Maggiore, risalente al X secolo. L'interno conserva una tela seicentesca attribuita al pittore Cesare Fracanzano, un ciclo pittorico settecentesco del pittore Pietro Costantini da Serra San Bruno e un grande organo del 1757. Il coro in legno intagliato nell'ultimo quarto del Settecento si deve all'ebanista Agostino Fusco di Morano Calabro, mentre nella sacrestia, con arredi lignei intagliati e dorati, è conservato uno dei più ricchi e antichi archivi ecclesiastici della città.
Chiesa di San Francesco di Paola, costruita nel XVI secolo. L'interno a navata unica conserva un pregevole coro ligneo del 1776 (di Pasquale Pelusio) e sulla parete di fondo del presbiterio un dipinto di Felice Vitale da Maratea, con il Trionfo del nome di Gesù (forse 1584) e al di sopra di quest'ultimo una Santissima Trinità attribuita a Pietro Negroni.
Romitorio di San Francesco, piccola chiesa costruita a ricordo della permanenza di San Francesco di Paola in una capanna durante la sua visita a Corigliano nel 1476-1478. Conserva affreschi seicenteschi.
Chiesa di Sant'Anna o di Santa Maria di Loreto, fondata nel 1582 presso l'annesso convento dei Cappuccini. Conserva sull'altar maggiore un polittico di Ippolito Borghese del 1607.
La parrocchia di San Mauro, che dipende dalla diocesi di Lungro e vi si celebra con il rito greco per la comunità degli Italo-albanesi.
Porta di Prando (anche Brandi o Librandi), unico esempio parzialmente integro di porta civica praticata nella cinta fortificata che cingeva il paese. Su di essa fu edificato nel cinquecento il Palazzo Leonardis, poi Morgia e infine posseduto dai Malavolti.
Castello di San Mauro, edificato nel 1515 nella pianura in corrispondenza del monastero greco bizantino di San Mauro ad opera dei Sanseverino, ed abbellito per ospitare,nel novembre del 1535, Carlo V reduce dalla campagna di Tunisi.
Ponte Canale, edificato nel 1480 per l'acquedotto, costituito da due serie di arcate di mattoni sovrapposte. Secondo la tradizione fu costruito per impulso di san Francesco di Paola.

Sito istituzionale del comune di Corigliano Calabro: comune.coriglianocalabro.cs.it

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Sibari


Sibari era la più antica colonia greca in quest'area.
Secondo la leggenda sarebbe stata fondata verso il 720 a.C. da Iso di Elice, con coloni achei e di Trezene: i Trezeni furono tuttavia ben presto allontanati.
Sorgeva in un sito caratterizzato da pianura particolarmente fertile, divenuta solo successivamente insalubre: la città accrebbe presto la sua ricchezza, grazie anche ad una politica che favoriva l'immigrazione, ed ebbe un ampio territorio. Fu madrepatria di altre colonie sulla costa del Tirreno, tra le quali Poseidonia (Paestum), Laos e Scidro (Skidros).
I Sibariti divennero proverbiali in Grecia nel VI secolo per la vita lussuosa.
Tuttavia le tensioni tra il partito democratico e quello oligarchico, che portarono all'espulsione di questi ultimi, finirono per causare una guerra con la vicina città di Crotone (Kroton), dove gli oligarchi si erano rifugiati. La vittoria arrise a Crotone, nonostante il numero inferiore delle sue forze e la città di Sibari venne distrutta nel 510 a.C., mentre il fiume Crati venne deviato per coprirne le rovine.
Nel 444-443 a.C. i discendenti degli antichi abitanti fondarono, insieme agli Ateniesi, una nuova città, la colonia panellenica di Thurii.


Le esplorazioni archeologiche condotte nel 1879 e ancora nel 1887 portarono alla scoperta di una vasta necropoli della fine dell'età del ferro ("Torre Mordillo") e di un'altra, della fine del V secolo a.C., nella quale sono collocate delle tombe coperte da tumuli (detti localmente timponi).
In alcuni casi le sepolture hanno restituito ricchi corredi tombali (piatti aurei con iscrizioni greche. Un tumulo in particolare, di dimensioni monumentali, ospitava al suo centro un singolo sarcofago.
I reperti archeologici dell'antica città sono oggi custoditi nel Museo archeologico nazionale della Sibaritide ed il sito fa oggi parte del Parco archeologico di Sibari.


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Parco Nazionale del Pollino

Il Parco Nazionale Del Pollino è la più grande area protetta di nuova istituzione in Italia.

La parte di natura più suggestiva è fatta di rocce dolomitiche, di bastioni calcarei, di gole, di grotte carsiche.

Il Parco Nazionale del Pollino, situato nel meridione d'Italia, tra il sud della Basilicata e il nord della Calabria è il Parco più grande d'Italia.

Bagnato dal mar Jonio e dal mar Tirreno, il Parco del Mediterrano testimonia, con i massicci montuosi del Pollino e dell'Orsomarso, l'interccio millenario tra Natura e Uomo.
Il Parco Nazionale del Pollino è stato istituito il 31 dicembre 1990.




Tra le tantissime specie arboree presenti nel Parco vi sono l'Abete bianco, il faggio, tutti e sette i tipi di Aceri di cui l'acero di Lobelius, il pino nero, il Tasso diverse specie di querce, castagni, ed alle quote più elevate e sui pendii più ripidi è presente il Pino Loricato, specie rarissima (in Europa presente solo qui e nei Balcani), che si adatta agli habitat più ostici, dove altre specie molto rustiche (il faggio in primis) non sono in grado di sopravvivere.


Favolose fioriture di orchidee si osservano soprattutto in primavera, insieme a quelle di viole, genziane, campanule e, in estate, il raro giglio rosso, oltre ad innumerevoli specie di piante officinali ed aromatiche, tra le quali la fanno da padrona le Labiatae, con molteplici specie di mente ed inoltre tutte le varietà di timo, santoreggia, lavanda, issopo, eccetera, le cui fioriture esplodono al culmine dell'estate in un delicato accostamento di colori e di sfumature.
Non da meno sono da considerare le varie famiglie di frutti di bosco e di specie arboree selvatiche che producono frutti e bacche come le mele selvatiche, i vari prunus, le deliziose fragoline di bosco e i dissetanti lamponi di cui sono disseminati i sentieri e le frequenti radure.




Anche la fauna è varia, e comprende specie ormai estinte in altre zone montuose.
Sono presenti l'aquila reale, il picchio nero, il gracchio corallino, il lanario, il capovaccaio, il nibbio reale, il gufo reale, il gufo nero, il corvo imperiale, il falco pellegrino, il driomio, il lupo appenninico, il gatto selvatico, il capriolo autoctono di Orsomarso e la lontra.
Di recente sono stati reintrodotti il cervo e il grifone.

Le foto del Parco del Pollino sono di Bruno Romanelli. Visitate il suo sito fotobrunoromanelli.it

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Le Gole del Raganello



La Valle del Raganello rappresenta una delle più famose grandiosità geologiche del parco e non si può dire di aver visitato il Pollino se non se ne è visto almeno l'ingresso.
Il Raganello nasce ai piedi della Serra delle Ciavole e nel primo tratto scende tra i boschi raggiungendo la base della Timpa di San Lorenzo.
Qui il torrente scava la prima, spaventosa gola, quella di Barile, dove le alti pareti calcaree impediscono l'accesso al sole per quasi tutta la giornata. Sotto l'abitato di S. Lorenzo Bellizzi il torrente compie una curva e quindi entra nei suoi 10 km più incredibili.
Massi, pareti levigate alte fino 700 metri, forme di erosione di qualsiasi tipo, scivoli, spumeggianti cascatelle: questo è lo spettacolo ciclopico offerto dal canyon del Raganello.
Uno spettacolo di cui si può prendere tranquillamente visione almeno nel primo tratto.
Sono invece necessarie capacità alpinistiche nel tratto centrale, assolutamente sconsigliato a chi non ha la giusta preparazione.



Visitare il Raganello vuol poi anche dire visitare Civita, poche bianche case aggrappate su un roccioso sperone a picco sul canyon.
Civita è raggiungibile da Castrovillari (uscita autostrada A3 Castrovillari - Frascineto) seguendo la statale n. 105 verso il Mar Ionio.
Da Civita si scende, in prossimità del parcheggio, a destra su una via cementata che subito raggiunge lo spettacolare Ponte del Diavolo, ardita opera medievale ad un'unica arcata splendidamente gettata sulla Gola del Raganello.
Il ponte, che una leggenda vuole essere stato costruito dal demonio, offre uno splendido spaccato del tratto terminale del canyon.
Dopo il ponte si continua sulla mulattiera per poi lasciarla superando alcuni cespugli di fioriti oleandri e portarsi sul greto del torrente.
Entrati nel canyon il primo tratto può essere percorso tranquillamente a piedi fermandosi quando le difficoltà divengono di tipo alpinistico.

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Parco Nazionale della Sila


Il Parco Nazionale della Sila è un luogo meraviglioso, tutto da scoprire, ricco di itinerari suggestivi e paesaggi emozionanti. Montagne e valli incantate, piante stupende e una grande varietà di animali, costituiscono un patrimonio di biodiversità che merita di essere amato e soprattutto protetto.
Il territorio silano ospita la fauna tipica delle zone appenniniche. È ancora presente, con un nucleo storico, il lupo malgrado le persecuzioni, la scomparsa del suo habitat ideale e la rarefazione dei mammiferi selvatici che costituiscono la sua base alimentare.

Il Lupo della Sila Il lupo, protetto dalla legge dal 1976, nei decenni passati era in via di estinzione ma grazie all'istituzione del Parco Nazionale della Calabria è stata possibile una ricolonizzazione di questo carnivoro sia all'interno che all'esterno dell'area protetta. Attualmente è presente in Sila uno dei nuclei storici e più consistenti di lupo dell'Appennino. Numerosa è la rappresentanza, sull'Altopiano, dei piccoli predatori. Il gatto selvatico è piuttosto elusivo ma vive in diverse aree ella Sila. La volpe è diffusa e attacca ancora i pollai dei casolari silani. Diverse specie di mustelidi sono presenti in Sila anche se, per la loro rarità e per le loro abitudini notturne, è difficile avvistarli. Ci riferiamo al tasso, il più grande della famiglia (raggiunge i 90 cm.) con le caratteristiche bande nere su fondo chiaro che partendo dal naso passano per gli occhi e le orecchie; alla martora, abile predatrice di scoiattoli; alla faina che si distingue dalla martora per la macchia bianca anziché gialla sul petto; alla donnola ed alla puzzola. Un progetto di ricerca, attuato recentemente da parte del Parco Nazionale della Sila, riguarda la rarissima lontra, in passato presente in diverse zone della Sila e oggi confinata in alcune aree, un eccezionale avvistamento si è registrato nel mese di Maggio del 2013, all'interno di un'area mantenuta segreta, ricadente nel Parco Nazionale della Sila, ad opera degli agenti della Polizia Provinciale di Cosenza, in servizio presso il distaccamento operativo di San Giovanni in Fiore(Cs)[1]. Tra i roditori sono presenti il ghiro, lo scoiattolo nero caratteristico dell'Italia meridionale e delle montagne della Sila, il quercino e il moscardino. Rara e particolare la presenza del driomio, roditore che compare solo nell'arco alpino orientale e sui rilievi calabri tra cui la Sila. Altri mammiferi attualmente presenti in Sila sono il capriolo ed il cervo. Il cervo si era estinto all'inizio del secolo scorso e da poco più di un decennio è presente in particolar modo nella Sila grande grazie alla reintroduzione attuata da parte del Corpo Forestale dello Stato. Il capriolo invece è stato oggetto negli anni passati, di un'azione di ripopolamento ed oggi è presente su tutti i settori dell'altipiano. Sono presenti anche il cinghiale e la lepre, sia la specie italica sia quella comune. Fra la popolazione ornitologica nidificante sono presenti dei rapaci come: il magnifico astore, lo sparviero, la comunissima poiana, il sempre più raro nibbio reale, che nidifica nelle pendici orientali della Sila, il biancone che ancora è presente con pochissime coppie, il rarissimo gufo reale, il barbagianni, l'Allocco e la civetta. Tra i corvidi, vive il maestoso Corvo imperiale, dove in alcune aree è presente con colonie di centinaia di individui. Diffusissima ed infestante è la cornacchia grigia avvistabile in grandi stormi. Fra i picidi, in Sila, vivono il picchio verde, il picchio rosso maggiore, minore e mezzano, quest'ultimo una rarità assieme al picchio nero. Nidifica anche il torcicollo. Non è raro osservare, nei laghi silani, gabbiani reali, anatre, svassi maggiori, aironi e gru sia tutto l'anno che nei periodi di migrazione. Sulla Sila nidifica anche il lucherino e il crociere.[2] Mentre interessanti nidificazioni, sono date dalla passera lagia, dal regolo, dalla cincia bigia, dalla tottavilla, dalla tordela, dallo zigolo muciatto, dal merlo acquaiolo, dal passero solitario e da tante altre specie. Nel periodo primaverile - estivo è possibile avvistare lo stiaccino, il culbianco, la balia dal collare, il luì verde, il calandro e l'averla piccola, diffusissima in tutti gli spazi aperti.[3] Negli anni, attente osservazioni ornitologiche hanno consentito di documentare il passaggio di importanti specie rare: Falco pescatore, Albanella pallida, Albanella reale, Albanella minore, Falco di palude, Cavaliere d'Italia, Gru e il Piviere tortolino. In inverno è stata segnalata la presenza della Peppola è avvistato il Ciuffolotto, presumibilmente svernante e quasi accidentale in Sila.[4] Rarissimi i casi documentati di migrazione di Monachella, Codirossone, Averla capirossa e Ghiandaia marina, specie segnalate rispettivamente nei territori di San Giovanni in Fiore e Serra Pedace, tutti confremati nella stagione primaverile del 2013. [5] Tra gli anfibi che vivono in Sila segnaliamo, oltre alle comuni rana verde, raganella e rospo, anche la salamandra pezzata e la salamandrina dagli occhiali esclusiva dell'Appennino meridionale.

La Sila in inverno Tra i rettili è presente il ramarro verde, che raggiunge i 40 centimetri, e serpenti come la vipera, il biacco, il cervone. La vipera è diffusa e si trova nelle forme a dorso grigio, a dorso scuro e ventre chiaro, a dorso completamente nero. Il biacco è un comunissimo serpente interamente nero, non velenoso, di abitudini diurne. Il cervone è il più grande rettile dell'Altopiano. Questo serpente, che può superare i 2 metri di lunghezza, è denominato, in dialetto, "mpasturavacche" per la credenza che si nutra del latte dei bovini che attingerebbe direttamente dalle mammelle una volta bloccate le mucche attorcigliandosi alle loro zampe. Emblematica la scoperta fatta alcuni anni fa, in Sila fu rinvenuto e documentato un rarissimo caso di albinismo completo nel serpente cervone, uno dei pochi casi conosciuti probabilmente al mondo.[6] La trota fario è il pesce più diffuso nei corsi d'acqua e nei laghi silani. Nonostante i numerosi sbarramenti, dovuti agli impianti idroelettrici, ancora oggi si riescono a pescare esemplari di anguilla. Nei bacini silani è presente la trota lacustre.

La Sila, le cui caratteristiche paesaggistiche richiamano alla memoria scenari montani nordici, presenta un patrimonio floristico di grande valore scientifico. La flora silana è composta da più di 900 specie. Alcune di queste sono esclusive dei rilievi calabresi come la Soldanella calabrese e la Luzula calabra, altre sono esclusive dell'Appennino meridionale come l'acero della varietà Acer lobelii e altre ancora sono esclusive dell'Appennino calabro-peloritano come la Rosa viscosa. Numerose sono le erbe officinali presenti. Ad esempio citiamo la valeriana, il sambuco, la malva, l'ortica e lo stesso pino di cui si raccolgono, per scopi medicinali, le gemme.

Pinus nigra ssp. laricio nella Riserva biogenetica naturale di Fallistro Ad eccezione di poche radure, utilizzate in genere come pascoli, in Sila domina il bosco sia di pineta pura, sia come pino consociato a faggio o faggio con abete bianco. Gran parte dei prati silani sono di origine secondaria, cioè derivano dalla distruzione del bosco primogenio. Nei prati utilizzati come pascolo le specie floristiche foraggiere si indeboliscono e tendono a diffondersi specie non commestibili come piante che contengono sostanze tossiche ad esempio l'asfodelo ed il narciso oppure piante dotate di robuste spine come la Genista silana, pianta particolarmente endemica. Quest'ultima pianta è una leguminosa a fiori gialli, originaria delle coste europee dell'oceano Atlantico, che in Italia vegeta solo in Sila ed in Aspromonte. L'area boschiva silana si può far ricadere in due fasce altimetrico-climatiche caratterizzate da una diversa specie di pianta predominante. La prima fascia è quella del Pino laricio. Comprende zone come la Fossiata, Gallopane, Colle del Lupo, Cozzo del Principe, Macchia della Giumenta e il Fallistro dove si trovano 50 superbi esemplari ultrasecolari di Pino laricio. In questa prima fascia, il Pino laricio, trova il suo ambiente ottimale e vi domina incontrastato. Al limite inferiore della fascia del Pino laricio, questa pianta, si mescola con il cerro o con il castagno. Al limite superiore, invece, si mescola con il faggio. Il pino tende ad occupare le pendici esposte a sud, il faggio quelle rivolte al nord. La seconda fascia è denominata fascia del faggio perché questa pianta vi ha trovato l'ambiente ottimale per il suo sviluppo. Comunque, in vaste zone come sul Monte Gariglione, Macchia dell'Orso e Vallone Cecita, il faggio si trova mescolato con l'abete bianco. Nel sottobosco sono diffuse la felce aquilina ed arbusti delle rosacee come la rosa canina. Negli ambienti più umidi si trova una felce particolare, la Bechnun spicant, ed il lampone.

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Altomonte


Altomonte è una delle cittadine più suggestive della provincia di Cosenza, meta di turisti e di cittadini calabresi, dove l'ospitalità e la cordialità fanno da prezioso corollario alle bellezze storico-artistiche e naturalistiche che possiede.
Definita "città dei matrimoni" per la splendida cornice che offre e che induce le coppie a sposarsi nei suoi palazzi gentilizi, nel castello e tra le strade del delizioso borgo, Altomonte gode di una serie di riconoscimenti ed è teatro di importanti manifestazioni cadenzate lungo il corso dell'anno e organizzate dall'Amministrazione Comunale.

Si trova a 57 km da Cosenza e le sue prime notizie risalgono al 77 d.C. quando Plinio, nella Naturalis historia, racconta di un ottimo vino proveniente dalla città diBalbia riconosciuta sul suolo dell'odierna Altomonte. Nel basso medioevo si trova menzione della città come Bragallum, Brahalla o Brakhalla e, nel XIV secolo, è citata nella documentazione angioina come feudo di Filippo Sangineto con il nome di Altofluvius (Altofiume).
Giovanna I di Napoli, nel 1337, le attribuì il definitivo toponimo mantenuto ancora oggi. Fu sotto il dominio dei Sangineto che Altomonte assunse lo splendido e suggestivo aspetto che la rende oggi un unicum nel nostro panorama provinciale e, con i Sanseverino (XV secolo), divenne meta degli Ordini religiosi dei Domenicani e dei Minimi fino all'eversione della feudalità (1806) e all'allontanamento dei Principi.

Si rifugiò ad Altomonte Tommaso Campanella durante la sua fuga dal governo spagnolo e qui strinse amicizia con il filosofo altomontese Giovan Francesco Branca (1589) componendo il trattato Philosophia sensibus demonstrata basato sulle idee telesiane anti-aristoteliche.
La bellezza di Altomonte si evince oggi dal giudizio unanime degli abitanti e dei visitatori nonchè dal suo essere un suggestivo scrigno di opere d'arte tra le quali la chiesa di Santa Maria della Consolazione edificata tra il 1342 ed il 1345 per volere di Filippo Sangineto e ritenuta il più pregevole esempio di architettura gotico-angioina presente in Calabria.
E' opportuno precisare che l'impianto voluto da Filippo Sangineto sorse su una preesistenza risalente ai tempi del dominio normanno dedicata a Santa Maria dei Franchis. Sulla facciata si trovano lo splendido rosone di oltre sei metri di diametro ed il portale con arco a sesto acuto sul quale se ne innesta un altro leggermente ribassato con, alla sommità, lo stemma gentilizio della famiglia Sangineto.
La pianta della chiesa è a croce latina e navata unica e presenta due cappelle laterali coperte a crociera.
L'interno della chiesa è illuminato dalle bifore e dalle finestre circolari polilobate presenti nel coro nonché dall'ampia trifora della parete absidale, sotto cui si ammira il monumento sepolcrale dei Sangineto nella cui arca furono sepolti i membri della potente famiglia di feudatari.

Sul fianco sinistro della navata si trova il sepolcro di Giovannello con un affresco raffigurante la Madonna della Consolazione per la cui datazione si è proposto l'arco cronologico 1342-1345.
L'ingente patrimonio storico-artistico custodito nella chiesa di Santa Maria della Consolazione annovera l'altare ligneo dedicato a San Michele Arcangelo (1718) con la statua del Santo e il fonte battesimale in legno dipinto; 37 stalli lignei dell'antico e pregevole coro eseguito da maestranze locali, il già citato monumento funerario della famiglia Sangineto attribuito allo scultore senese Tino da Camaino in cui campeggiano le allegorie della Fede,della Speranza e della Carità nonché la raffigurazione del San Giorgio che uccide il drago e una serie di Santi che circondano Filippo Sangineto nei panni di guerriero.

Conclude il patrimonio della cattedrale la tomba di Covella Ruffo (1447) nella quale sono evidenti gli elementi del linguaggio figurativo dei secolo XV-XVI e la sopravvivenza di stilemi medievali visibili nei caratteri gotici del monumento.

Adiacente alla chiesa è il convento dei Padri Domenicani, oggi sede del museo civico d'arte sacra, e un tempo donazione di Covella Ruffo proprio ai Padri per l'edificazione della chiesa; esso è costituito da corpi di fabbrica ben distinti di cui, quello a sud, rappresenta l'antico palazzo costruito da Covella Ruffo su un forte pendio mentre il resto, opera dei Padri Domenicani, rispecchia il modello e la Regola domenicana.
In effetti il complesso monastico presenta un bel chiostro quadrangolare porticato e su due livelli ove emergono pilastri in pietra squadrati e decorati con semplice capitello così come è ravvisabile nell'ingente numero dei conventi domenicani della Calabria.
Infine, tra le pagine della sua storia si ricorda la presenza di Tommaso Campanella che ivi si rifugiò.

Nel cuore del borgo di Altomonte si trovano numerosi elementi del patrimonio artistico che la rendono un unicum nel territorio calabrese, e non; tra essi la chiesetta di San Giacomo Maggiore, di antiche origini bizantina, il cui assetto odierno è dovuto ad una serie di rifacimenti.
La chiesa è a pianta quadrata e nella piccola facciata campeggia il portale litico incorniciato in un arco a tutto sesto (1742); nell'invaso, invece, colpiscono la navata con cappelle laterali e la zona absidale le quali differiscono sia per altezza sia per la tipologia della copertura mentre, da un punto di vista propriamente decorativo, pregevoli sono gli stucchi realizzati sotto la direzione del napoletano Gesummaria.

Sede del Municipio è il convento di San Francesco di Paola che presenta un bellissimo chiostro porticato attorno al quale si sviluppa l'edificio e che, durante la dominazione francese, fu la residenza del generale Nicola Filiberto Desvemois e in seguito trasformato in Municipio.
La chiesa annessa, dedicata a San Francesco di Paola, fu edificata a partire dal 1635 allorquando San Francesco di Paola fu proclamato patrono della città e sorge sui resti di un'antica cappella di ius patronato della famiglia Campolongo dedicata al santo paolano. Trattasi di un altro scrigno di opere d'arte nel quale suggestivi e recentemente riscoperti, sono gli affreschi eseguiti dal pittore mormannese Genesio Galtieri, artista prolifico e poco noto della provincia di Cosenza che in questo edificio ha lasciato pregevoli segni della sua bravura: San Francesco attraversa lo stretto sul suo mantello, San Francesco che guarisce un bimbo deforme e cieco e altri miracoli di San Francesco.
La chiesa, ristrutturata nel 1770 per munificenza della famiglia Sanseverino -come si evince da lapidi commemorative- fu eretta secondo la regola dei Padri Cappuccini con navata unica e abside quadrata.

Il castello feudale o del Principe, fu edificato nel XII secolo e rimaneggiato dal Pallotta; esso fu la dimora privata di tutte le famiglie che dominarono Altomonte e noto in passato per la sua importanza militare e difensiva all'interno del circuito di torri e castelli della provincia.
Il castello, davanti il quale si trova la piazza detta "Il Vaglio", sede delle assemblee del popolo, conserva una loggia a tre arcate e preziose testimonianze (feritoie, mensole ecc.) della sua originaria funzione.
Di particolare importanza è inoltre la Torre Pallotta, secondo alcuni edificata da Guglielmo Pallotta, signore di Brahalla, nel XIII secolo ma probabilmente risalente al 1052 il che si deduce dalla forma quadrata e massiccia tipica delle coeve costruzioni normanne.
Certamente i lavori di maggiore rilievo furono intrapresi dal Pallotta e, tra essi, restano visibili le antiche bifore in pietra di tufo scolpite ad archi ogivali di chiaro stile gotico ed altri pregevoli elementi artistici.

Altomonte è anche la città dei palazzi nobiliari, oggi utilizzati in occasione di convegni e matrimoni ed impreziositi dalla cornice nella quale si ergono e dalla storia che li contraddistinse.
Tra i principali il palazzo Coppola, il palazzo Pancaro, ottocentesco, il palazzo Scaramuzza, il casino di Serragiumenta fatto edificare nel 720 da Giovanfrancesco Sanseverino ed il palazzo Giacobini abitato un tempo dagli agenti feudali dei Sanseverino e sede di una distilleria nota per la produzione di raffinati liquori esportati in tutta Europa.

La preziosità delle chiese, dei palazzi, dei musei (il Museo civico d'arte sacra, il Museo Azzinari, il Museo aziendale Moliterno, la collezione Artuso in piazza Tommaso Campanella, il Museo dell'Alimentazione e il Centro Espositivo L. Grosso) e delle vie del centro storico di Altomonte, annoverato fra i "Borghi più belli d'Italia", si uniscono a bellezze naturalistiche di eccezionale rilevanza: l'area del Farneto, ad esempio, un tempo dei Principi Sanseverino, sorta come loro riserva di caccia e comprendente circa 4000 ettari di bosco ed un laghetto artificiale in cui si pratica la pesca sportiva.

Testi e foto tratti da provincia.cs.it/retemuseale


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Roseto Capo Spulico

foto di Dino Converti foto tratte da www.comune.rosetocapospulico.cs.it/


Il nome Roseto deriva dal latino "rosetum" vista la diffusione della coltura delle rose in epoca greco-romana, che venivano utilizzate per riempire i guanciali delle principesse sibarite.
In origine Roseto era una delle città satellite di Sibari, ai tempi della Magna Grecia. A Roseto erano coltivate le rose, i cui petali servivano per riempire i materassi su cui i sibariti dormivano. La Roseto odierna nacque nel X secolo d.C. , il principe Roberto il Guiscardo vi costruì tra il 1058 e il 1085 il Castrum Roseti, mentre raggiunse il suo massimo splendore nel 1260 quando fu costruito il Castrum Petrae Roseti (castello di Roseto). Dopo un periodo di declino e di sottomissione al potere baronale, aggravato dall'Unità d'Italia e dall'emigrazione che ha segnato questa terra nella prima metà del '900, nei primi anni 70 vennero costruiti i primi "residence", che aprirono le porte al turismo nello Jonio Calabrese e a Roseto Capo Spulico, che è andata nel tempo sviluppandosi specie nel settore del turismo balneare. Da ricordare che vi è stato per tutti gli anni 80 e buona parte degli anni 90 del '900 un forte sviluppo edilizio alla Marina per la costruzione di condomini che ospitano le "seconde case" di molti villeggianti. Negli ultimi anni invece si è progressivamente passati alla costruzione di strutture turistiche di livello (Hotels, villaggi, stabilimenti balneari attrezzati, discoteche)
Di notevole interesse è il centro storico, posto su di una bella altura digradante verso il mare. Risalente al Medioevo, possiede belle stradine e vicoletti che spesso offrono scorci panoramici sul mare. Il centro storico è raggiungibile da una strada provinciale panoramica, lunga 3 km e in salita che si stacca dalla Strada Statale 106 Jonica. Prima di giungere a Roseto centro si attraversa la piccola frazione Civita. Nel centro storico si trovano gran parte dei monumenti storici del paese.
Fino a poco più di un ventennio fa le attività principali di Roseto erano l'agricoltura e l'allevamento. Il suolo è abbastanza fertile e abbondano prevalentemente le colture di alcuni alberi da frutta (fichi, peri, limoni). Altri prodotti di qualità eccellente sono le fave ed i piselli, oltre alle olive. L'allevamento è principalmente ovino, praticato allo stato brado, talvolta in modo transumante. Oggi queste attività caratteristiche della zona resistono e costituiscono una buona parte dell'occupazione locale anche se hanno gradualmente lasciato posto al turismo.
Roseto negli anni ottanta ha subito una radicale trasformazione da paese agricolo a località turistica con una discreta affluenza. Attualmente è il principale centro turistico balneare dello Jonio Cosentino. Le presenze sono maggiori nei mesi di luglio ed agosto (oltre 20.000). Le principali strutture ricettive sono i residence ed i condomini turistici che ospitano le "seconde case". Nell'ultimo decennio è aumentata l'offerta ricettiva di tipo alberghiero, con numerosi B&B ed affittacamere, due alberghi tra cui il Resort "Cala dei Saraceni" inaugurato nel giugno del 2008. La spiaggia è prevalentemente libera, di tipo ciottoloso-ghiaioso, recentemente ampliata ed attrezzata con docce calde e fredde, passerelle e cestini per la raccolta dei rifiuti. Vi sono anche stabilimenti balneari attrezzati. Roseto è sulla Guida Blu 2009 con due vele per l'offerta turistica e tre stelle su cinque per la tutela ambientale e lo stato di conservazione del paesaggio. Anche nel 2010 Roseto è segnalata con due vele dalla Guida Blu. Fonte:Wikipedia

Rossano Calabro

foto di : Giandomenico Graziano foto di : Giandomenico Graziano

La città di Rossano si trova nella fascia orientale della piana di Sibari tra la Sila e la costa ionica. Il territorio comprende anche parte delle alture che precedono la Sila e il comune fa parte della Comunità montana Sila Greca e ne ospita la sede.
Il territorio comprende terreni di diversa origine geologica, con caratteristiche differenti (rocce, argille, sabbie), alle quali corrispondono diversi tipi di flora. Dal punto di vista paesaggistico dominano le culture arboree (uliveti, agrumeti e frutteti). In zone prossime alla costa sono inoltre presenti pioppeti. Esistono nel territorio due alberi di quercia monumentali (una farnia e una Quercus virgiliana).

Rossano trae il suo nome dal greco "rusion" (che salva) e "acron" (promontorio, altura) da cui derivano le versioni medioevali “Ruskia” o “Ruskiané” o “Rusiànon”; dal nome della famiglia romana alla quale potrebbe essere stato affidato il governo del “Castrum” e che avrebbe dato il nome di “Roscianum” al centro urbano. Si presume sia stato fondato dagli Enotri intorno al XI secolo a.C.,passò sotto il controllo magno-greco (VII-II secolo a.C.) e successivamente divenne l'avamposto romano nel controllo della Piana di Sibari e nell'infruttuoso tentativo di conquista dei territori montuosi della Sila, allora occupati dai Bruzi.
Nel II sec. l'imperatore Adriano vi costruì un porto capace di accogliere 300 navi. Tra il 540 ed il 1059 Rossano visse una fase di grande splendore sociale, artistico e culturale sotto il dominio dei Bizantini: la sua posizione strategica la rese appetibile meta di conquista da parte di numerosi invasori (Visigoti, Longobardi, Saraceni) ma non fu mai espugnata. Importante centro politico-amministrativo nonché capitale dei possedimenti dell'Impero di Bisanzio, in qualità di centro militare nel 951-952 fu sede dello Stratego e si guadagnò il titolo, ancor oggi in uso, de "La Bizantina".
Le numerose testimonianze artistiche ed architettoniche di quel periodo le valsero inoltre l'appellativo di "Ravenna del Sud".
Nei secoli successivi passò prima sotto il dominio dei Normanni (1059 – 1190) e poi degli Svevi (1190 - 1266) conservandosi città regia e quindi libera Università, fino alla politica di infeudazione seguita dagli Angioini (1266 - 1442), e poi dagli Aragonesi (1442 – 1504) e dagli Spagnoli (1504 - 1714), quindi proseguita sotto il viceregno austriaco (1714 – 1738) e con i Borbone (1738 – 1860).
Ne furono feudatarie le famiglie Ruffo, Marzano, Sforza di Milano, Aldobrandini e per ultimi i Borghese di Roma,per successione di Olimpia Aldobrandini principessa di Rossano,e vi rimasero tali fino alla fine della feudalità (1806 nel Regno di Napoli ); Bona Sforza d'Aragona, Regina di Polonia e Granduchessa di Lituania, dal 1524, in successione di sua madre Isabella, fu anche Principessa di Rossano e Duchessa di Bari.
Alla fine del XVIII secolo, Rossano entrò a far parte della breve esperienza della Repubblica Napoletana (1799) e durante il decennio francese (1806 - 1815),abolita la feudalità, ebbe un crescita politica e sociale, pregiudicata, però, dal devastante terremoto del 1836. Già sotto il decennio divenne Capoluogo di Distretto (28 Comuni), sede di Sottointendenza, Capoluogo di Circondario e sede del Giusticente; con l'unità fu sede di Tribunale 1865, di Corte d’Assise 1875 e del Distretto Militare e dal 1894 al 1926 sede di Sotto-Prefettura.
Ancora nella seconda metà dell’800, fu centro di numerosi circoli culturali e produsse vari giornali e periodici; nel 1876 fu inaugurato il tronco ferroviario Jonico e, dopo qualche anno, beneficiò della prima illuminazione elettrica e delle prime centrali termoelettriche della Calabria.
Nel '900 Rossano ha vissuto tutte le vicende che hanno caratterizzato la vita politica e sociale del Meridione ed in definitiva dell'Italia intera: la Resistenza e le lotte di Liberazione, l’emigrazione, la ricostruzione della vita civile e democratica ed infine l'aspettativa del benessere sociale e materiale.

Oltre ai numerosi palazzi gentilizi disseminati in numerose proprietà private, nel Centro Storico di Rossano è possibile visitare:
  • La Cattedrale di Maria Santissima Achiropita: eretta nell'XI secolo, con successivi interventi nel XVIII e XIX, è il principale monumento architettonico della città, con pianta a tre navate e tre absidi.
    La torre campanaria e la fonte battesimale risalgono al XIV secolo mentre gli altri decori datano tra il XVII e il XVIII secolo. La chiesa è famosa per l'antica immagine della Madonna Acheropita, ossia non dipinta da mano umana, di datazione probabile tra il 580 la prima metà dell'VIII secolo.
    All'interno della sacrestia nel 1879 fu ritrovato il famoso "Codex Purpureus Rossanensis", evangeliario greco del V-VI secolo di origine mediorientale (Antiochia di Siria), portato a Rossano probabilmente da qualche monaco in fuga dall'oriente durante l'invasione degli arabi (secc. IX-X) e composto di 188 fogli di pergamena contenenti i Vangeli di Matteo e Marco ed una lettera di Eusebio a Carpiano.
    Il manoscritto, mutilo ed anonimo, indubbiamente la testimonianza più rappresentativa e preziosa di Rossano "la Bizantina", riporta testi vergati in oro ed argento ed è impreziosito da 15 miniature che illustrano i momenti più significativi della vita e della predicazione di Gesù.
  • L'Oratorio di S. Marco (IX-X secolo): originariamente dedicato a Sant'Anastasia, è il monumento più antico della città ed una delle chiese bizantine meglio conservate d'Italia. Fu costruito su iniziativa di San Nilo come luogo di ritiro ascetico per i monaci eremiti che vivevano negli antichi insediamenti rupestri sottostanti.
    Si tratta di un edificio in stile bizantino con pianta a croce greca, caratterizzato da cinque cupole a tamburo e dall'abside, che conserva inoltre tracce di un antico affresco della Madonna del Bambino.
  • La Chiesa di S. Bernardino (XV secolo): in stile tardo-gotico, fu la prima chiesa Cattolica della città ed ospita il sepolcro di Oliverio di Somma (1536) con la statua del defunto ed un Crocifisso ligneo del XVII secolo.
  • La Chiesa della Panaghìa (X secolo): così denominata in onore di "Maria Tutta Santa", è un altro esempio di architettura religiosa bizantina nel cui abside si conservano tracce di almeno due fasi pittoriche, con un affresco più antico raffigurante San Basilio ed un frammento del XIV secolo che ritrae San Giovanni Crisostomo.
  • La Chiesa di San Francesco di Paola (tardo XVI secolo): con un portale rinascimentale ed un chiostro.
  • La Chiesa di Santa Chiara (XVI secolo): voluta dalla Principessa Bona Sforza.
  • Il Museo della liquirizia

Testi tratti da wikipedia

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Cosenza

Cosenza nota anche come "città dei Bruzi", è un comune italiano di 69.760 abitanti[2], capoluogo dell'omonima provincia, la più estesa e popolosa della Calabria.
Città tra le più antiche della regione, capofila di una conurbazione di circa 270.000 abitanti nella rappresentazione estesa nel cui perimetro (Rende) è ubicata l'Unical, il più grande campus universitario italiano e una delle migliori università d'Italia tra i grandi atenei secondo la classifica stilata dal Censis. Il capoluogo bruzio è sede della RAI regionale (TGR), di un museo all'aperto (unico nel suo genere in Italia), dell'Ufficio ANAS per l'Autostrada A3[11] e rappresenta uno dei principali poli regionali da un punto di vista economico, urbanistico, culturale, sociale, organizzativo e di servizio.

Il territorio comunale è proiettato da anni verso la fusione con i comuni dell'area urbana cosentina nell'interpretazione ristretta (Castrolibero e Rende) che darà vita ad una città unica[14][15][16], il nodo centrale di un sistema urbano complesso, policentrico e dinamico.

Cosenza è identificata anche come Atene della Calabria per via del suo passato culturale; l'Accademia Cosentina, ad esempio, è la seconda del Regno di Napoli e una delle primissime accademie fondate in Europa.
Ancora oggi resta una città in cui arte e cultura affondano bene le proprie radici, non a caso nel mese di ottobre del 2008 è stata riconosciuta come Città d'arte dalla Regione Calabria con una delibera volta ad evidenziare il patrimonio storico-artistico della città, con importanti ricadute sull'aspetto commerciale (fiore all'occhiello dell'economia cittadina) e turistico del territorio. Il 12 ottobre 2011 il Duomo di Cosenza è stato dichiarato dell'UNESCO "patrimonio testimone di una cultura e di pace"; si tratta del primo riconoscimento assegnato dall'organizzazione in Calabria.

Storicamente svolse il ruolo di capitale dei Bruzi ed in seguito capoluogo della Calabria Citeriore (o Calabria latina).

Storia

Età antica
Le origini della città di Cosenza risalgono al IV secolo a.C., momento in cui tutta l'area della Valle del Crati era ritenuta strategica per il popolo Bruzio, che qui innalzarono la loro capitale dandole il nome di Cosentia. Cosentia si sviluppò rapidamente tanto da esser definita "metropoli" e capitale di un vasto territorio, e controllore di quasi tutte le città della Magna Grecia calabra, che una dopo l'altra caddero sotto i continui attacchi dei Bruzi.
La forza della città nell'area locale, diede coraggio ai Bruzi anche nell'affrontare l'impero di Roma, che però riuscì a sottomettere la città e tutto il suo popolo, facendo di Cosenza una delle sue stazioni, precisamente quella della Via Capua-Rhegium, attuale via Popilia (o via Annia). Sotto l'impero di Augusto, Cosenza trova nuova prosperità passando da città bellica a città commerciale, fino all'arrivo di Alarico re dei Visigoti, che dopo il sacco di Roma, muore a Cosenza venendo sepolto sotto il fiume Busento.

Età medievale
Dopo un nuovo periodo florido, nell'VIII e IX secolo, la città fu sotto il dominio dei longobardi, prima ed in seguito dei bizantini. Violentemente contesa da saraceni e longobardi, la città fu quasi distrutta e riedificata nel 988.
Durante il periodo normanno la città ebbe il coraggio di ribellarsi in più occasioni senza mai ottenere grandi successi, divenendo successivamente, ducato degli Svevi, è fra le città preferite dell'imperatore Federico II di Svevia, che aiutò economicamente e culturalmente la città. Durante il periodo Angioino la città fu teatro di un diffuso brigantaggio, e di un profondo periodo di miseria. Dopo circa un secolo re Luigi III d'Angiò insieme alla moglie, decise di risiedere nel castello dando alla città il titolo di centro del ducato di Calabria.

Età moderna
Nel periodo Aragonese la città divenne capitale della Calabria Citra Naethum, poi capoluogo della Calabria Citeriore che comprendeva grosso modo l'attuale provincia cosentina. In questo periodo nasce l'Accademia Cosentina che trova il culmine con la guida di Bernardino Telesio, Con la conquista da parte degli spagnoli diviene uno dei centri più vivi della cultura meridionale.
Il XVI secolo vide un impressionante fioritura umanistica e segnò per Cosenza una rinascita intellettuale, tanto che venne definita Atene della Calabria. Seguirono le dominazioni austriache fino alla guerra fra i Borboni e l'impero francese.
Nel periodo risorgimentale in città si manifestarono movimenti liberali e patriottici tra cui quello del 15 marzo 1844, rivolta ispiratrice per i Fratelli Bandiera che a capo di un gruppo di repubblicani veneziani cercano di aiutare i “fratelli calabresi”.
Catturati in Sila dopo una aspra lotta armata contro le guardie civiche borboniche, vennero successivamente fucilati presso il Vallone di Rovito. In seguito i cosentini parteciparono a molte vicende del Risorgimento, dalle guerre d'indipendenza fino all'impresa dei Mille.

Età comtemporanea
Nei primi del Novecento inizia lo sviluppo della città, grazie all'opera di liberali come Tommaso Arnoni, che successivamente collaborò con il regime fascista. Le attività di sistemazione dei quartieri esistenti e di creazione di nuovi quartieri furono consistenti. Anche per questo la città si dimostrò favorevole ai motti fascisti e alla politica del duce. Durante la guerra Cosenza fu bombardata in modo consistente nel 1943 e la fine della guerra la vide ridotta in condizioni socio-economico disastrose.
Con il boom economico Cosenza iniziò una veloce ripresa finanziaria, grazie ad una consistente espansione edilizia. L'azione amministrativa venne caratterizzata dalla politica della Democrazia Cristiana e da un governo di centro sinistra.
La popolazione aumentò vertiginosamente superando i 100.000 abitanti nel 1971. La città viveva dapprima un profondo processo di suburbanizzazione con il centro storico che pian piano si spoliava a vantaggio di nuove aree residenziale concentrate lungo gli assi viari principali della città quali Corso Mazzini e le parallele di esso, ed in seguito cominciò a subire un enorme processo di disurbanizzazione simile a molte città d'Italia ed in particolare del meridione, con il centro storico in via di totale o quasi abbandono, così come buona parte della città nuova a tutto vantaggio dei nuovi quartieri residenziali dei comuni limitrofi in particolare di Rende e Castrolibero che hanno in seguito registrato un aumento vertiginoso della popolazione.
Nell'ultimo decennio si è verificata una decisa rinascita della città, trainata da nuove espansioni edilizie, da una visione più contemporanea e moderna della città, con progetti e costruzioni che hanno ed ancora oggi stanno modificando il profilo urbano e sociale della città come la realizzazione di centri commerciali e di nuove infrastrutture tra le quali la più importante è stato certamente "Viale Parco", che ha generato un enorme cambiamento lungo l'asse stesso coinvolgendo anche la storica arteria di via Popilia e zone limitrofe.
Questo profondo cambiamento ha anche generato fenomeni di emarginazione sociale e di consumo smisurato di suolo con grave rischio idrogeologico per alcune aree della città.

Monumenti e luoghi d'interesse

  • Centro storico
    Il centro storico di Cosenza incarna nelle sue forme architettoniche l'apice dell'espansione e della cultura dei Bruzi. Si tratta di uno dei centri storici più belli e interessanti d'Italia non solo per l'ampiezza, ma soprattutto per il pregio dei valori che presenta.
    Elementi caratteristici della parte antica della città sono la notevole concentrazione di edifici monumentali, i numerosi palazzi padronali e di pregio, il disegno urbano, caratterizzato da un dedalo di strette strade che si snodano attorno agli antichi edifici, chiese, conventi, case fortezze, slarghi e piazze.
    Lo spazio urbano presenta la giusta sintesi tra tradizione costruttivo-materiale locale e ambiente naturale, perfettamente inserito tra i fiumi Crati e Busento e lo splendido scenario delle colline periurbane che fanno di Cosenza un esempio notevolissimo nel panorama della cultura urbana europea.
    Dalla fontana dei 13 canali si può assaggiare l'acqua proveniente dall'acquedotto dello Zumpo in Sila, leggera e dissetante; lungo il corso Telesio si trovano la Casa delle Culture e il Duomo del 1100,dichiarato il 12 Ottobre 2011 dell'UNESCO "testimone di una cultura e di pace", mentre su uno dei sette colli (il Pancrazio) si staglia la figura del Castello Svevo, imponente fortezza anch'essa millenaria che fu roccaforte di Federico II di Svevia, lo "Stupor Mundi", imperatore-magnate profondamente innamorato della città.
    Di rilievo anche la biblioteca nazionale e i conventi di San Gaetano e San Domenico con le relative chiese.
    Interessante è anche Palazzo Arnone sul colle Triglio, ex sede del Tribunale, e del carcere, ora restituito all'antico splendore e trasformato in sede della Galleria Nazionale, presso la quale è possibile ammirare l'originale icona della Madonna del Pilerio protettrice di Cosenza e la Stauroteca, preziosissima croce-reliquiario donata da Federico II alla città in occasione della riconsacrazione della Cattedrale (1222), oltre che opere di vari pittori meridionali tra cui Pietro Negroni, Mattia Preti e Luca Giordano.
    Nel quartiere detto della Massa è ubicato anche il Museo dei Brettii e degli Enotri un tempo Convento di Sant'Agostino.
  • Architetture Religiose
    Ricco di testimonianze religiose è il centro antico sede delle chiese più pregevoli, in primis del Duomo opera del XII secolo, realizzato dall'allora arcivescovo Luca Campano. l'edificio religioso più antico è San Giovanni Battista,X sec. del XIII sec è la Chiesa, convento e chiostro di S. Francesco d'Assisi Le principali costruzioni religiose sono del XV secolo, fra queste troviamo la Chiesa, convento e chiostro di S. Francesco di Paola e la Chiesa e Complesso Monumentale di Sant'Agostino.
    Del secolo successivo sono invece il Chiesa e Convento del Santissimo Crocifisso (o della Riforma) Chiesa della Madonna del Carmine, Chiesa di San Domenico la più pregevole chiesa dopo il Duomo, la Chiesa e convento delle Cappuccinelle, il Convento di Santa Maria delle Vergini e la Chiesa del Santissimo Salvatore Del XVII secolo è il Convento dei Carmelitani Scalzi mentre altre chiese di rilievo sono la Chiesa di San Nicola che racchiude preziose opere d'arte, , il Palazzo Arcivescovile e il Convento delle Suore Minime della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo in cui operò la Beata suor Elena Aiello, nota come 'a monaca santa.

Altri monumenti

  • Statua Italia all'ingresso della Villa Vecchia
  • Castello Normanno-Svevo (Cosenza) (X secolo)
  • Chiostro di San Domenico (Ex Caserma Fratelli Bandiera)
  • Palazzo Arnone (XVI secolo);
  • Arenella (area di mercato, oggi utilizzata per il mercatino delle pulci, per l'officina delle donne e per concerti)
  • Prefettura o Palazzo del Governo (XVII secolo);
  • Monumento ai caduti in guerra in Piazza della Vittoria
  • Villa Vecchia (giardino comunale)
  • Museo Civico,
  • Teatro di tradizione A. Rendano (XIX secolo)
  • Piazzetta Toscano (sito archeologico all'aperto) e Biblioteca Nazionale
  • Ara dei Fratelli Bandiera (si trova nel Vallone di Rovito luogo della fucilazione dei 2 patrioti italiani)
  • Conservatorio di Musica "Stanislao Giacomantonio"
  • Ruderi e Scavi Romani (in Piazzetta Toscano)
  • Antica Chiesa del Carmine (in Piazza XX settembre)

Religione

La religione più diffusa è il cattolicesimo; Cosenza è sede metropolitana dell'Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano, appartenente alla regione ecclesiastica Calabria della Chiesa cattolica.
La Madonna del Pilerio è la Patrona protettrice della città di Cosenza, deve il suo nome alla parola greca "puleros" che vuol dire guardiano. La Madonna del Pilerio è raffigurata in una icona risalente al XII secolo che si trova dal 1607 nella cappella appositamente costruita all'interno del duomo di Cosenza, voluta da Mons.
Giovan Battista Costanzo (1591-1617), per favorire l'afflusso dei pellegrini. Il 10 maggio 1981 il duomo di Cosenza venne elevato a santuario della Madonna del Pilerio dall'arcivescovo mons. Dino Trabalzini.
Il titolo di Madonna del Pilerio risale al secolo XII dal quadro omonimo, di cui venne riconosciuta l'autenticità tra il 1971 ed il 1979, grazie alla volontà di mons. Enea Selis, che delegò alcuni esperti per un restauro e che ne riconobbero l'autenticità e lo datarono, appunto, al secolo XII.
Da questa scoperta si capì che il nome doveva provenire dalla parola greca "puleros" che vuol dire guardiano.
Il culto alla Madonna del Pilerio risale all'anno 1576, quando una devastante epidemia di peste si accanì sulla città di Cosenza facendo numerose vittime. La popolazione ormai allo stremo, visti gli infruttuosi tentativi umani di arginare l'epidemia, si rivolse al Divino.
Si narra che un devoto che pregava dinanzi all'antica icona della vergine Maria, posta all'interno del Duomo cittadino, si accorse che sul viso della Madonna si era formato un bubbone di peste.
Allertato il Vicario generale dell'epoca, si sparse immediatamente la notizia ed una grande folla si recò ad ammirare con i propri occhi lo strano evento che venne interpretato come volontà della Vergine di accollarsi la malattia, per liberare la popolazione.
La regressione della peste nella città, che avvenne nei mesi successivi, venne interpretata dalla città come vero e proprio miracolo, e la Madonna venne eletta a Patrona Protettrice di Cosenza. La festa patronale di Cosenza non viene celebrata l'8 settembre, data alla quale viene riconosciuta la Natività della Madonna, ma il 12 febbraio per ricordare quel giorno del 1854 in cui Cosenza fu risparmiata dalla Vergine da un violento terremoto che colpì la Calabria.

Cultura

« La mia diletta città potrebbe benissimo fare a meno di me, ma sono io che non posso fare a meno di essa. Essa che mi scorre nelle vene e che amo. »
(Bernardino Telesio)

Le radici di Cosenza si perdono nel IV secolo a.C. quando i Bruzi si insediarono sul colle Pancrazio. Nota come l'Atene della Calabria, fu patria del grande umanista Aulo Giano Parrasio, iniziatore dell'Accademia Cosentina. Inoltre ha dato i natali nel 1508 al filosofo Bernardino Telesio, primo pensatore non-aristotelico e perciò detto "Primo degli Uomini Nuovi", il titolo che gli diede Bacone.
Il dialetto cosentino ha la personalità per ambire a descrivere la letteratura cosiddetta alta. Tra i poeti dialettali spicca Michele De Marco, in arte Ciardullo e del figlio Ciccio De Marco. Lo spirito goliardico dei poeti in lingua è stato ripreso negli ultimi anni da alcuni siti internet cosentini.
I principali poli dell'attività teatrale cosentina sono il Teatro di tradizione A. Rendano, dedicato ad Alfonso Rendano, il Teatro Stabile d'Innovazione della Calabria Centro Rat - Teatro dell'Acquario, nonché lo storico Cinemateatro "Italia" intitolato nel mese di ottobre 2008 al celebre attore cosentino Aroldo Tieri[31] e il Teatro Morelli inaugurato nel mese di novembre 2008 grazie alla ristrutturazione a seguito della crisi degli anni novanta che ne aveva determinato la chiusura dopo oltre sessanta anni e oggi parte integrante della programmazione teatrale cittadina insieme al Rendano e all'Aroldo Tieri. Negli anni novanta è stata creata una grande struttura, denominata Città dei Ragazzi, che prevede numerose attività rivolte ai più piccoli suddivise in quattro diversi edifici, gli "scrigni" (ludoteca, laboratori, municipio, comunicazione e spettacolo, più uno Spazio Verde).
Il centro, insieme alla Biblioteca dei Ragazzi e ad alcune ludoteche, è il risultato delle politiche giovanili intraprese dalle ultime amministrazioni. La Città ha dato i natali a due celebri artisti della Danza di fama mondiale: Stefano Valentini su cui si sviluppò il metodo Martha Graham e Fabio Gallo, il Coreografo cui si deve la riscoperta della danze Mediterranee, Premio Internazionale per le Arti dello Spettacolo (Teatro Sistina – Roma – 1992).
Quest'ultimo ha istituito la Carta della Pace per la Tutela della Memoria e dei Diritti dell'Uomo (Roma 2007).
A Cosenza operano inoltre gruppi attivi nel campo dell'informatica come il CSLUG, l'HackLab Cosenza, un'associazione culturale di Retro Computing (Verde Binario) ed è presente una radio libera e popolare chiamata Radio Ciroma che ormai da molti anni è un punto di ritrovo cultural-musicale per le tendenze alternative e giovanili.


Biblioteche
  • Biblioteca Nazionale
    La Biblioteca Nazionale di Cosenza inizialmente nasce come sezione distaccata della Biblioteca Nazionale di Napoli per D.M. del 3 novembre 1978. La sua attività ha inizio nel 1985 con l'acquisto dell'ex edificio Seminario Vescovile di Cosenza. Nel 1991, grazie al decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri, la Biblioteca Nazionale di Cosenza assume piena autonomia.
  • Biblioteca Civica
    La Biblioteca Civica di Cosenza, ha sede nel centro storico della città bruzia, nella splendida piazza XV marzo, ed è strettamente legata alla storica Accademia Cosentina che la istituì nel 1871. All'interno della Biblioteca è presente la Mediateca di Cosenza.
  • Biblioteca dei Ragazzi
  • Biblioteca dell'Archivio di stato di Cosenza
  • Biblioteca ecclesiastica SS. Crocifisso
  • Biblioteca provinciale di Cosenza
  • Biblioteca arcivescovile del Seminario cosentino
  • Biblioteca del Conservatorio di musica Stanislao Giacomantonio – Convento di Santa Maria delle Grazie
  • Biblioteca del Centro jazz Calabria – Archivio discografico Centro di documentazione sonora
  • Biblioteca della Fondazione Antonio Guarasci
  • Biblioteca della Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico – PSAE – Palazzo Arnone
  • Biblioteca del Liceo classico Telesio
Accademia Cosentina
L'Accademia Cosentina ha lo scopo di diffondere con ogni mezzo e verso ogni direzione, la cultura; valorizzare artisti e scienziati; difendere i grandi valori umani, artistici, scientifici, culturali della società nazionale; essere presente nei dibattiti culturali della città; incoraggiare i giovani sulla via dello sviluppo e della riforma culturale.
L'Accademia organizza, una o due volte al mese, conferenze, dibattiti e tavole rotonde. Quest'antica accademia viene fondata a Cosenza nel 1511 da Aulo Giano Parrasio, da cui prende il primo nome: Accademia Parrasiana, e viene dedicata agli studi filosofici e letterari.
Dopo la morte di Parrasio (1534), Bernardino Telesio riorganizza l'accademia che viene ribattezzata Accademia Telesiana. Alcuni anni prima della morte di Telesio (che avvenne nel 1588), l'Accademia Telesiana passa sotto il controllo di Sertorio Quattromani, che le dà il nome di Accademia Cosentina.

Villa Rendano
Intorno al 1593, per conseguenza della cospirazione di Tommaso Campanella, l'accademia Cosentina viene chiusa per decreto del vicario Pedro di Toledo.
Nel 1608 tuttavia, la chiesa apre una nuova accademia con il nome di Accademia dei Costanti sotto il padronato di Mons. Costanzo. Questa nuova accademia è, in effetti, un ripristino dell'Accademia Cosentina e continua a esercitare sotto la guida di Mons. Costanzo fino alla sua morte nel 1617.
Nel 1649 L'accademia passa nelle mani dell'arcivescovo Giuseppe Sanfelice, che cambia nuovamente il nome dell'accademia in Accademia dei Negligenti, e resterà tale fino alla sua morte nel 1660. Dal 1668 al 1678, sotto la guida del poeta Pirro Schettini, l'accademia torna a chiamarsi dei Costanti. Nel 1756, Gaetano Greco fa rivivere la vecchia accademia dandole il nome di Accademia dei Pescatori Cratilidi, ma questo tentativo di rinascita dura solo fino al 1794.
Nel 1811, l'accademia viene ridata alla vita grazie al lavoro di Matteo Galdi che le dà il nome di Istituto Cosentino. Verso la fine del 1817 è il re in persona che darà l'approvazione affinché l'accademia torni a chiamarsi Accademia Cosentina.
L'11 giugno 1871, l'Accademia Cosentina istituisce la Biblioteca Civica di Cosenza, che rimane inattiva fino al 4 marzo 1898, data in cui viene definitivamente inaugurata. Il Presidente dell'accademia, ancora oggi, ricopre anche il ruolo di Presidente del Consiglio di amministrazione della biblioteca.

Università
Oggi uno dei principali centri culturali di Cosenza e della sua area urbana è rappresentato dall'Università della Calabria, la maggiore delle università calabresi e una delle migliori tra le università italiane di medie dimensioni che vanta attualmente il più grande campus universitario in Italia[6], adiacente alla struttura universitaria.
Essa conta circa 40.000 studenti, provenienti prevalentemente dalla Calabria e da altre regioni meridionali e in percentuale minore anche dall'estero, tuttavia non si trova fisicamente nel capoluogo ma nella sua area urbana a circa 6 km dal centro cittadino, nella frazione Arcavacata del comune di Rende.
L'università ha 6 facoltà: Economia, Farmacia, Ingegneria, Lettere e Filosofia, Scienze Matematiche Fisiche e Naturali e Scienze Politiche.

Testi e foto tratti da wikipedia

Potenza

Territorio

La città sorge lungo una dorsale appenninica a nord delle Dolomiti lucane nell'alta valle del Basento, attraversata dal corso del fiume omonimo e racchiusa da vari monti più alti come ad esempio i Monti Li Foj.
L'antico nucleo medievale, il quartiere centro storico, è situato nella parte alta della città, mentre i moderni ed estesi quartieri sono sorti più in basso. Probabilmente, la prima collocazione della città fu a quota 1.095 di altitudine, in località oggi denominata Serra di Vaglio. In epoca successiva, l'insediamento urbano potrebbe essersi trasferito, per ragioni ignote, sul colle ove è attualmente il centro antico.

Al fine di migliorare la viabilità cittadina, il fiume Basento che attraversa la città è interessato dalla costruzione di nuovi ponti e viadotti che hanno portato all'abbattimento di alberi e piante che crescevano spontaneamente vicino alle rive del fiume. Per quanto riguarda il Rischio Sismico, nel centro urbano della città di Potenza, i progetti degli edifici in cemento armato, di cui il 70% è stato realizzato prima del 1981 e si trova quindi a fare i conti con il degrado naturale dei materiali, sono stati redatti secondo una classificazione che collocava Potenza in seconda categoria (media sismicità) mentre, attualmente, il capoluogo è considerato ricadente in zona ad alta sismicità.
Il protocollo di intervento redatto dalla Protezione civile prevede un'indagine graduale su tutto il territorio, iniziando dalle zone meno conosciute che per numero di abitanti risultano di importanza strategica per il sistema urbano.

Monumenti e luoghi d'interesse
CENTRO STORICO
Il centro della città è in piazza Matteotti, sulla quale si affaccia il Palazzo del Comune, attraversata dalla via Pretoria, animata via cittadina del centro che si allarga nella centrale piazza Mario Pagano, detta dai potentini Piazza Prefettura poiché ospita l'ottocentesco palazzo della prefettura, oggi dimora del Prefetto e sede degli uffici provinciali.
Nella stessa piazza è presente il noto Teatro Stabile, costruito nel 1856 e inaugurato nel 1865 a causa di un'interruzione dei lavori dovuta a terremoti, frequenti nella zona.
Nelle zone più a valle del colle sul quale sorge la città, invece, si sono venuti a formare svariati quartieri residenziali, zone popolari e commerciali che hanno reso la città più importante nel suo ruolo di capoluogo, contribuendo enormemente al suo sviluppo.

ARCHITETTURE RELIGIOSE

  • Cattedrale di San Gerardo
    Situata nell'omonima piazza, nel cuore del centro storico, è originaria del XIII secolo, dapprima dedicata alla Vergine Assunta, e poi a Gerardo La Porta che divenne patrono della città. Durante gli scavi archeologici condotti negli anni 60 sono stati scoperti dei resti sotterranei di frammenti musivi di pavimento policromo risalenti al IV o V secolo a.C.. Ricostruito da un allievo del Vanvitelli alla fine del XVIII secolo per volere del vescovo Andrea Serrao, cambiò radicalmente, passando da basilica romanica ad edificio di chiaro gusto neoclassico. Elementi di rilievo sono la facciata in pietra del 1200 (fatta riedificare tra il 1197 e il 1220 dal vescovo Bartolomeo), l'altare maggiore in marmo con intarsi policromi del 1700 e un crocifisso in legno del 1400.Inoltre è presente una cappella in marmo dedicata al Santo Padre edificata nel XVII secolo. La chiesa conserva le spoglie del santo patrono,un'urna in argento e cristallo con le reliquie del santo, la statua del santo in legno del XV secolo e una vasta collezione di affreschi e statue raffiguranti vari santi ai quali la popolazione potentina è devota.
  • Chiesa di San Francesco e convento
    Nel retro di Piazza Mario Pagano è situata la chiesa di S. Francesco, fondata nel 1274, con portale contenente imposte lignee trecentesche intagliate, e campanile del '400. Nell'interno vi è il sepolcro rinascimentale De Grasis, che ha accanto una Madonna di stile bizantineggiante del '200. La chiesa conserva anche La Pietà del Pietrafesa.
  • Chiesa di San Michele Arcangelo
    Proseguendo in Via Pretoria verso ovest si incontra la chiesa romanica di S. Michele (XI-XII secolo), con tozzo campanile;Presenta una struttura a tre navate. Al suo interno è conservato il dipinto dell'Annunciazione realizzato dal Pietrafesa e altri ritratti come un affresco che rappresenta la Madonna sul trono col bambino tra i santi vescovi risalente al 1500. Di pregevole fattura anche un crocifisso ligneo del 1600.
  • Chiesa e convento di Santa Maria del Sepolcro
    Nel rione Santa Maria ha sede la chiesa di S. Maria del Sepolcro, secolo XIII, XV e XVII. Rappresenta uno dei monumenti più interessanti della città; costruita ad opera dei Cavalieri dell'ordine dei Templari, su iniziativa del Conte di Santasofia, al ritorno della III crociata, 1191. Il casale del Santo Sepolcro venne costruito a Nord della città, all'incrocio della vie Erculea e la via Appia Nuova; vie di passaggio dei pellegrini diretti in Terrasanta. Da documenti di archivio della fine del XV, risulta un legame storico tra la Chiesa di S. Maria del Sepolcro ed il Sepolcro di Cristo. Custodisce pregevoli tele, e sulla parete destra è presente il monumentale altare barocco della Reliquia del Preziosissimo Sangue di Cristo. Molte affinità ci sono con la Chiesa Madre di Ripacandida, che porta lo stesso titolo.
  • Chiesa di San Rocco
    Più a sud, nei pressi del Cimitero, ha sede l'antica chiesa di S. Rocco dove sono conservate delle antiche statue in legno raffiguranti San Vito e San Rocco, costruite a metà Ottocento.
  • Cappella del beato Bonaventura
    La cappella del beato Bonaventura, Frate francescano beatificato nel 1775, era in origine la casa natale del beato. Successivamente venne trasformata in cappella. Essa presenta un portale di notevole rilievo artistico in pietra calcarea, al cui centro troviamo due teste di cherubini sovrastate da uno stemma francescano. Al suo interno, un unico locale diviso in due piccoli ambienti, si trovano vari ritratti, fra i quali uno di Michele Busciolano del 1907 che rappresenta l'estasi del beato Bonaventura.
  • Chiesa di Sant'Antonio la Macchia
    Edificata al 1530, essa appartiene da quell'epoca ai cappuccini. La chiesa, ricostruita nel XX secolo, è caratterizzata da un'unica navata, un crocifisso ligneo e un arredamento molto semplice.
  • Chiesa della Santissima trinità
    La prima documentazione che accerta l'esistenza della chiesa risale al 1178, infatti la sua nascita è da far risalire al XI secolo d.C., anno in cui, secondo alcune tesi, la città fu rinnovata da un nuovo piano urbanistico. Rovinosamente danneggiata dal terremoto del 1857, venne riedificata con una planimetria diversa da quella originaria. La chiesa presenta un'unica navata con varie cappelle, un'abside semicircolare e un soffitto cassettonato.
  • Chiesa Santissima Annunziata di Loreto
    Dedicata alla Madonna di Loreto, questa chiesa presenta dimensioni ridotte e una struttura rimasta invariata nei secoli, ma caratterizzata dai molti restauri a causa dei molti terremoti. La chiesa ha un dipinto del pittore potentino Buonadonna del 1824 che ritrae l'Annunciazione.
  • Chiesa di Santa Lucia
    La piccola chiesa di Santa Lucia venne costruita precedentemente al 1200. È formata da un'unica navata. Elementi di importanza artistici della chiesa sono una statua seicentesca di Santa Lucia, alcuni quadri del XVI e XVII secolo e un'acquasantiera del 1400 proveniente dalla chiesa di Santa Maria.
  • Pontificio seminario regionale minore di Basilicata

ARCHITETTURE CIVILI
Palazzi
  • Palazzo di Città. È un edificio storico della città, sede dell'Amministrazione Comunale della città. La costruzione del palazzo è da far risalire all'epoca angioina. Come quasi tutti gli edifici storici e le chiese di Potenza anch'esso è stato più volte restaurato e ricostruito in seguito ai molti terremoti che hanno colpito la Basilicata. Successivamente venne adibito a casa comunale. L'elemento artistico di rilievo è una facciata del 1882, con un arco a tutto sesto situato tra due grandi finestre e una grande balconata.
  • Palazzo Loffredo. Situato nella piazza Pignatari, nei pressi del duomo, è uno dei palazzi più antichi della città, che conserva le successioni avvenute nella città. Oggi è sede del Museo archeologico nazionale della Basilicata dedicato a Dinu Adamesteanu.
  • Palazzo Bonifacio. Si trova in piazza Beato Bonaventura ed è uno dei pochi palazzi storici ancora esistenti nel centro storico della città. Racchiude al suo interno un piccolo chiostro.
  • Palazzo Pignatari ex palazzo Ciccotti. Si trova in largo Pignatari, nelle immediate vicinanze del palazzo Loffredo. Notevole l'antico portale visibile dalla piazza.
  • Palazzo Castellucci era uno dei pochi palazzi importanti del centro storico che non era stato sventrato.Proprietà di una antica famiglia della città (un Castellucci è stato sindaco di Potenza) l'edificio si affacciava sull'omonimo larghetto, punto di passaggio obbligato per le persone che si recavano al vicino mercatino di porta di San Giovanni. Il palazzo è stato abbattuto negli anni sessanta.
  • Palazzo D’Amato ex palazzo Scardaccione era uno dei pochi palazzi nobili del centro storico. Si trovava in via Pretoria sul luogo ove fu costruito l'attuale palazzo della Banca d'Italia. Il palazzo fu acquistato da D. Ferrante De Amatis agli inizi del XVII sec., dalla famiglia Scardaccione. I D'Amatis erano un'antica famiglia della città (un Giacinto D'Amato era stato Sindaco nel 1812).
  • Monastero di San Luca, attualmente la caserma dei carabinieri, sita alla fine di via Pretoria in direzione della torre Guevara. In principio affidato alle suore cisternine dell'ordine delle benedettine, era l'unico monastero di donne in città. Successivamente passò alle suore clarisse o chiariste.
  • Caserma Lucania. Di antica costruzione, situata in via Ciccotti, a Santa Maria. Iniziata nel 1885 e terminata nel 1995, su progetto di Quaroni e Piacentini. Dal 1943 ospita il "91 battaglione Lucania".
  • Palazzo degli Uffici. Visibile da molti panorami, si trova in corso 18 agosto.
  • Palazzo Riviello. Un edificio costruito nel XVII secolo.
  • Palazzo del Fascio. Antico edificio del XV secolo. Vene riedificato in stile neoclassico durante il periodo fascista.
  • Palazzo de Bonis. Uno dei palazzi più antichi della città, risale al XII secolo.
  • Palazzo vescovile. Il palazzo episcopale della città, situata sulla sinistra della cattedrale di San Gerardo.
  • Cortile del Sacro cuore. Un cortile che si sviluppa a nord-ovest della cattedrale, cinto dal palazzo vescovile e la casa del clero.
  • Palazzo Giuliani. Antico palazzo storico, appartenuto nel corso dei secoli a varie nobili famiglie potentine.
  • Palazzo del Governo. Sede della prefettura di Potenza.

Edicola di San Gerardo
L'Edicola di San Gerardo, rinominata dai potentini "Tempietto di San Gerardo" è un tempietto che ospita al suo interno la statua di San Gerardo, santo patrono della città. Situato in piazza Matteotti, stando all'epigrafe sulla lastra al lato destro del Santo, il tempietto sarebbe stato ultimato nel 1865, probabilmente dallo scultore potentino Antonio Busciolano (1823 - 1871).
L'edicola ripropone la facciata di un edificio a cupola, con pianta semicircolare, chiusa sul retro. Sul basamento formato a gradoni, poggiano cinque colonne con il fusto scanalato, decorato con il capitello a foglie. Le colonne sorreggono degli architravi decorati da angioletti e rose.
Il retro è costituito da una parete continua, divisa in tre parti: il settore centrale è costituito da una vetrata policroma a raggi, sulla quale poggiano due colonne scalanate che inquadrano la statua del santo, lateralmente invece, sono poste due iscrizioni, quella a destra ricorda l'edificazione dell'edicola e la dedica di esso, mentre quella a sinistra ricorda due momenti importanti della città: l'invasione dei briganti nel 1809, e l'insurrezione del 18 agosto 1860.

Villa romana
La villa romana di Malvaccaro è situata in una traversa della moderna Via Parigi nel quartiere di Poggio Tre Galli. Qualche anno fa si rinvennero in quella località degli ambienti appartenuti ad una villa d'epoca romana.
Le strutture presentano dei mosaici e un'aula absidata attorno alla quale si sviluppano cinque ambienti. I dati acquisiti ci indicano una datazione post-Costantiniana, con arte musiva tendenziale che parte dal III secolo d.C. Della villa si sono trovati i muri perimetrali a Nord-Ovest e a Nord-Est e altre strutture verso Sud.

ARCHITETTURE MILITARI Torre Guevara
In piazza Beato Bonaventura, sull'estremità est del centro storico della città, si possono ammirare i resti del Castello. Costruito probabilmente dai Longobardi intorno all'anno 1000 e costituì la vera "piazza" delle varie dominazioni di Potenza. Gli ultimi proprietari, ovvero Carlo Loffredo e Beatrice Guevara donarono ai frati cappuccini l'intero edificio, ad eccezione della Torre.
In seguito il castello fu adibito a lazzaretto, dedicando una cappella a San Carlo: divenne, così, la sede dell'Ospedale San Carlo per alcuni anni, almeno fino al 1935, quando l'ospedale si trasferì in una struttura più moderna, nel rione Santa Maria. A metà secolo scorso, un decreto ne dispose l'abbattimento permettendo di salvare la torre, cilindrica, dominante la valle del Basento.
Tutto intorno, i diversi alberi nel piazzale, definiscono la zona come un Belvedere. Dopo il sisma del 1980, fu restaurata e adibita a galleria d'arte. Le porte Le Porte di Potenza, rappresentano le antiche entrate al centro storico della città, intorno alle mura di cinta che la racchiudevano per la difesa dagli assalti nemici. Attualmente quelle "visibili" sono soltanto tre, e sono:
  • Porta San Giovanni in via Caserma Lucana.
  • Porta San Luca in via Manhes.
  • Porta San Gerardo in largo Duomo.
Le altre porte furono abbattute nel corso dei secoli, per la modernizzazione del nucleo urbano della città, e sono:
  • Porta Salza in via Portasalza.
  • Porta Amendola in largo Sinisgalli.
  • Porta Trinità in piazza Duca della Verdura.
VICOLI E STRADE
  • Vico San Luca in prossimità della cantina "Triminiedd". Oggi questo vicolo non esiste più, è profondamente cambiato ed anche la famosa cantina, oggi ristorante, non si trova più nel centro storico.
  • Vico Corrado è uno dei tanti vicoli scomparsi della Potenza antica quando ancora c'era il rione Addone. Oggi esiste una via Corrado profondamente modificata. Essa divide l'edificio delle Poste dai primi isolati di largo Pignatari. Il vico finisce su via Pretoria all'altezza della caserma dei carabinieri.
  • Via Ciccotti nei pressi della villa comunale di Santa Maria e della Caserma dei Militari, il lungo edificio, a tre piani, costruito nel 1898. Il prospetto principale si affaccia sulla strada e mostra le pareti con paramento esterno in pietra, aperte da file sovrapposte di bifore. Al suo interno si sviluppano i cosiddetti quartieri di "accasermaggio” e gli spazi destinati alla vita comune ed alle esercitazioni militari.
  • Il Viadotto dell'Industria o Ponte Musmeci. Realizzata dall'ingegnere Sergio Musmeci, la monumentale struttura, unica nel suo genere, mette in comunicazione la città con la tangenziale in direzione Salerno o Taranto. Concepita come vera e propria opera d'arte, fu progettata a partire dal 1967 e completata nel 1975. Il Ponte, un'unica volta di 30 centimetri di spessore e quattro campate di circa settanta metri di luce ciascuna, è, secondo gli esperti, la massima espressione di quella filosofia della progettazione dove la forma è il frutto di un processo di ottimizzazione del regime statico. La plasticità della forma fa della struttura un gigantesco e raffinato oggetto scultoreo a scala urbana.
  • Il Ponte di San Vito. La data di costruzione del Ponte è da porre attorno al 305 a.C. Dell'originaria struttura sono rimasti i soli piloni, mentre tutta la parte superiore porta i segni di vari interventi di restauro avvenuto in epoca medioevale e nelle successive. Il Ponte è a tre luci, a pianta rettilinea; poggia su due piloni centrali fondati nell'alveo del fiume. I piloni, legati tra loro con grappe di ferro, sono costituiti da grandi blocchi di notevole spessore, che sopportano la spinta delle acque con speroni triangolari a monte e semicilindrici a valle. Anticamente chiamato S. Aronzio, il Ponte San Vito era parte integrante dell'antico percorso della via Erculea che, attraversando la Lucania, toccava anche la città di Potenza. La denominazione del Ponte, stando alla tradizione, si ricollega al ricordo del martirio di S. Aronzio che, giunto dall'Africa con i fratelli Onorato, Fortunaziano e Sabiniano, non volendo abiurare la propria fede cristiana, subì con essi, tra il 238 ed il 288 d.C., l'estremo supplizio presso il fiume Basento.

PIAZZE E LARGHI
  • Piazza Mario Pagano. I lavori per la realizzazione della Piazza iniziarono nel 1839, per volontà dell'Intendente Winspeare, con l'abbattimento delle casette con sottani abitate da contadini ed artigiani, ma furono completati solo tra il 1842 ed il 1847 ad opera dell'Intendente Duca della Verdura. In origine chiamata Piazza del Mercato (vi si svolgeva il mercato della domenica), divenne successivamente Piazza dell'Intendenza (poiché vi si affacciava il Palazzo del Governo, sede dell'Intendente) e Piazza Prefettura (dopo l'insurrezione di Potenza del 18 agosto 1860 e la sostituzione dell'Intendente col Prefetto). Intorno al 1870, fu intitolata a Mario Pagano, giurista nato a Brienza nel 1778, giustiziato nel 1799 per la sua attiva partecipazione alla Costituzione della Repubblica Partenopea negli anni infuocati della Rivoluzione Francese.
  • Piazza Duca della Verdura. Piccolo e grazioso slargo incastonato tra gli edifici, è collegato da scalinate alla Via Pretoria, da un lato, alla sottostante Via del Popolo, dall'altro. Un tempo era chiamato Largo Tassiello o Porta della Trinità per la presenza della posterula alla termine della scalinata di congiungimento con la Via Pretoria (ancora visibile nel 1857). Dal 1845, il Regolamento di Polizia Urbana e Rurale stabilì che vi si dovesse svolgere la vendita della carne, del pesce e del baccalà. La Piazzetta, priva di pavimentazione, polverosa e invasa dalla spazzatura e dai resti delle macellazioni, fu ridotto a luogo malsano ed inospitale, fino a quando Francesco Benso Duca della Verdura, Intendente a Potenza dal 1847, ne dispose la bonifica e la pavimentazione. Agli inizi del secolo scorso, per una evidente incomprensione della denominazione derivante dal nome dell'antico Intendente della città, determinata anche dalla destinazione d'uso dello slargo, la Piazzetta divenne per i potentini la Piazzetta del Pesce o Piazza della Verdura. Fino alla ristrutturazione a seguito del terremoto del 1980, erano visibili, al centro della stessa, due file parallele di banconi in pietra, coperti da un'unica grande tettoia, destinati appunto allo svolgimento del mercatino di generi alimentari. La Piazzetta ha conservato, in parte, l'antica destinazione commerciale; ma nei mesi estivi si trasforma in spazio culturale, ospitando rassegne cinematografiche e manifestazioni musicali.
  • Piazza Giacomo Matteotti. L'antica denominazione di Piazza Sedile (mutata nel secolo scorso in Piazza del Fascio e, dopo il 1944, in Piazza Giacomo Matteotti) rivela la sua originaria destinazione politica. Qui sorgeva il Seggio dell'Università, dove si riuniva il popolo in occasione delle assemblee elettorali, probabilmente risalente nel suo impianto originario all'epoca Angioina. Sulla piazza si affacciavano botteghe e taverne, e, per Decreto Regio del 1810, vi si svolgeva il mercato alimentare. Sul lato meridionale, lì dove oggi sorgono il Muraglione ed il Tempietto di S. Gerardo, c'erano la cappella di S. Domenico, con la vicina Torre, i locali della cosiddetta neviera (dove si raccoglieva la neve), la Porta ed il Vicolo della Beccheria (dove avveniva la macellazione degli animali e la vendita delle carni). In occasione della festa del Patrono della città, S. Gerardo, nella piazza veniva innalzata la cassa armonica, per le esibizioni della banda musicale.

PARCHI COMUNALI E AREE VERDI ATTREZZATE
  • La villa comunale di Santa Maria, storico parco della città. La sua origine è da far risalire a un decreto del governo francese del 1810, secondo il quale ogni provincia doveva avere un orto botanico sperimentale. Successivamente a questo decreto venne edificata la villa di Santa Maria.
  • Il parco di Montereale, al centro del quale si innalza un monumento ai caduti. La sua costruzione avvenne nei primi anni del 1900.
  • Il parco del Seminario, ristrutturato nel 2006.
  • La villa del Prefetto, annessa al palazzo della Prefettura. Inizialmente appartenente al monastero dei Padri conventuali di San Francesco nel settecento ed utilizzati per scopi puramente agricoli, la villa vera e propria venne edificata solo nell'Ottocento.
  • Il parco Baden Powell, sito nei pressi di Viale Firenze, nel quartiere di Don Bosco, dove spesso vengono tenute manifestazioni di tipo musicale. Il parco risale al 1930 circa. Al suo interno sorge un edificio risalente al 1942, il quale svolse per molti anni la funzione d'ospedale. Attualmente l'edificio ha funzione scolastica.
  • Il Parco dell'Europa Unita, sito nel quartiere Poggio Tre Galli, inaugurato nell'estate del 2007, è un'isola verde strappata ad anni di incuria e degrado.
  • Il parco Miralles, situato nel rione Cocuzzo (noto come "Il Serpentone").
Intorno alla città sono inoltre presenti molte aree verdi, boschi e foreste, attrezzate e fruibili:
  • Parco Rossellino, alle porte della città, circonda il palazzetto dello sport, il "Palapergola"; il Lago Pantano, a 5 chilometri dal nucleo urbano verso Sud, è frequentatissima d'estate dagli amanti dello sport e delle passeggiate, sede di numerosi impianti sportivi, piscine, campi volo per ultraleggeri, campetti da calcio etc., ricca di pizzerie, ristoranti, locali giovanili; vi è l'Oasi del WWF, sede di un percorso di Bird Watching e di una clinica di riabilitazione per rapaci.
  • Il bosco di Pallareta, alle porte della città.
  • Il bosco di Rifreddo, con alberghi ristoranti, impianti per equitazione, impianti per il tiro al piattello. Stazione turistica montana.
  • La foresta della Sellata a 21 km dalla città, ricca di percorsi natura, percorsi ciclistici (bike park), stazione sciistica invernale, alberghi, ristoranti, agriturismo.
UNIVERSITA'
Università degli Studi della Basilicata
A Potenza sono operative due sedi universitarie:
  • L'UniBas Francioso, situata in via Nazario Sauro, è la sede più antica ed ospita le facoltà di Farmacia e Lettere e filosofia e il Centro Linguistico di Ateneo.
  • L'UniBas Macchia Romana, situata in Viale dell'Ateneo Lucano, la nuova zona del quartiere Macchia Romana, nei pressi dell'Ospedale S.Carlo, dedicata all'Ateneo, con una sede imponente di moderna costruzione. Qui sorgono le restanti facoltà di Ingegneria, Scienze Matematiche Fisiche e Naturali, Agraria ed Economia.
Università Cattolica del Sacro Cuore
L'Azienda ospedaliera Ospedale San Carlo di Potenza ospita, dall'anno accademico 1996/1997, i Corsi di laurea delle professioni sanitarie, in convenzione con l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, in particolare con la facoltà di medicina e chirurgia di Roma e Campobasso, ed in attuazione del protocollo d'intesa sottoscritto con la Regione Basilicata. Presso i poli formativi della Regione Basilicata l'Università Cattolica ha attivato corsi paralleli di laurea triennale delle professioni sanitarie. La struttura universitaria lucana mantiene totale autonomia per quanto concerne aspetti organizzativi e logistici, gli orari dei corsi, le prenotazioni degli esami di verifica, ecc.

Università degli Studi di Napoli "Parthenope"
La città di Potenza è anche sede distaccata della Facoltà di Scienze Motorie dell'Università degli Studi di Napoli "Parthenope". Nel 1980 l'ISEF di Napoli stipulò una Convenzione con l'Amministrazione Comunale potentina, avviando la sede distaccata di Potenza, in Via Enrico Toti, 2 (Francioso), che presto divenne sito di riferimento anche per le regioni limitrofe, convenzione rinnovata a seguito della sua trasformazione in facoltà universitaria.

MUSEI
  • Il Museo Archeologico Nazionale della Basilicata dedicato a Dinu Adamesteanu inaugurato nel 2005 presso "Palazzo Loffredo" è sito nei pressi del Duomo.
  • Galleria Civica, inaugurata nel 2005 nello stesso palazzo del Museo Archeologico Nazionale "Adamesteanu".
  • Museo Archeologico Provinciale, sito nel Polo della Cultura al quartiere S.Maria, in via Ettore Ciccotti (via Lazio).
  • Pinacoteca Provinciale, sede di mostre di importanza nazionale, è sito in un palazzetto di inizio '900 ubicato nel Polo della Cultura, al quartiere S. Maria.
  • Area espositiva del Covo Degli Arditi, ricavato nel tunnel di collegamento dell'antico ospedale Psichiatrico, al quartiere S.Maria nel Polo della Cultura, interessanti le scritte e i graffiti sui muri che risalgono alla Seconda guerra mondiale, quando il tunnel era usato come rifugio durante i bombardamenti. Nel Covo degli Arditi hanno sede mostre itineranti a tema variabile, dalle automobili d'epoca, alle mostre storiche.
  • Museo diocesano.
Testi e foto tratti da wikipedia

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Matera

La città si trova nella parte orientale della Basilicata a 401 m s.l.m., al confine con la parte sud-occidentale della provincia di Bari (con i comuni di Altamura, Gravina in Puglia e Santeramo in Colle) e l'estrema parte nord-occidentale della provincia di Taranto (con i comuni di Ginosa e Laterza). Sorge proprio al confine tra l'altopiano delle Murge ad est, e la fossa Bradanica ad ovest, solcata dal fiume Bradano.
Il corso di questo fiume è sbarrato da una diga, costruita alla fine degli anni cinquanta per scopi irrigui, ed il lago artificiale creato dallo sbarramento, chiamato Lago di San Giuliano, fa parte di una riserva naturale regionale denominata Riserva Naturale di San Giuliano.
Il torrente Gravina di Matera, affluente di sinistra del Bradano, scorre nella profonda fossa naturale che delimita i due antichi rioni della città: Sasso Barisano e Sasso Caveoso. Sull'altra sponda c'è la Murgia, protetta dal Parco Regionale Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri, più semplicemente detto Parco della Murgia Materana.

Gli antichi rioni chiamati Sassi, assieme con le cisterne ed i sistemi di raccolta delle acque, sono la caratteristica peculiare di Matera. Si tratta di originali ed antichi aggregati di case scavate nella calcarenite, a ridosso di un profondo burrone, la Gravina. Alla fine del 1993 l'UNESCO ha dichiarato i rioni Sassi Patrimonio Mondiale dell'Umanità.
Confina con i comuni di Montescaglioso, Altamura, Miglionico, Laterza, Santeramo in Colle, Ginosa, Gravina in Puglia e Grottole. Inoltre, con 388,14 km² di estensione territoriale, Matera è il comune più esteso della Basilicata. Classificazione sismica: zona 3 (sismicità bassa)[5], Ordinanza PCM n. 3274 del 20/03/2003.

STORIA
Matera è una città antichissima, il cui territorio testimonia insediamenti senza soluzione di continuità sin dall'età paleolitica[8]. Infatti nelle grotte sparse lungo le Gravine materane sono stati ritrovati diversi oggetti risalenti a quell'epoca, testimonianti la presenza di gruppi di cacciatori. Nel periodo Neolitico gli insediamenti diventarono più stabili, tanto che sono presenti tracce evidenti di diversi villaggi trincerati, in particolare sulla Murgia Timone.
Con le Età dei metalli nacque il primo nucleo urbano, quello dell'attuale Civita, sulla sponda destra della Gravina.
Sorta su un preistorico villaggio trincerato, la città che si sviluppò successivamente ha probabili origini greche, come afferma il Volpe nelle sue Memorie storiche profane e religiose sulla città di Matera, citando anche l'Ughelli, il Pacichelli ed il Padre Bonaventura da Lama che erano giunti a tale conclusione.
Ciò sarebbe confermato dall'emblema della città, il bue con le spighe di grano, che secondo il Volpe stesso è un simbolo tipico della Magna Grecia; inoltre il Gattini cita l'ipotesi di alcuni storici secondo i quali riprodurrebbe l'emblema della città di Metaponto, che era appunto un bue, mentre le spighe di grano erano figure ricorrenti nelle monete greche. Gattini a conferma di ciò cita anche alcuni versi del poeta Tommaso Stigliani: «Il marinaro di Metaponto antica, la quale a nostra età dett'è Matera», e fa riferimento all'accoglienza data da Matera ai profughi metapontini dopo la distruzione della loro città da parte di Annibale.
La città, secondo l'ipotesi del Cely Colaianni, sembra essere stata anticamente chiamata Mataia ole dai Greci, che deriva da Mataio olos, il cui significato è tutto vacuo, con riferimento alla Gravina, fossa attraversata da torrenti; ulteriore ipotesi è che il nome derivi da Mata (cumulo di rocce), radice utilizzata per diversi nomi geografici. Un'altra teoria, piuttosto fantasiosa, fa derivare Matera dal greco Meteoron ovvero cielo stellato, dato che alcuni cronisti del passato, osservando i Sassi illuminati di notte, li hanno descritti come un riflesso del cielo stellato soprastante.
E non manca chi ricollega il toponimo a Mater ovvero madre terra, a Materia (matheria) o Materies termini che indicavano la legna da taglio o da costruzione, in riferimento alle zone boschive in cui la città sorgeva; il Gattini, invece, riferisce il toponimo ai termini ebraici Matterah (carcere) o Me terah (acqua pura). Altri sostengono che il nome derivi dalle iniziali di Metaponto ed Heraclea, avendo accolto profughi delle due città dopo la loro distruzione; infine Mateola, nome antico della città, potrebbe derivare dal consolato romano di Quinto Cecilio Metello Numidico, che la riedificò e la fece cingere di mura e di alte torri.
Plinio il Vecchio nella sua Naturalis historia (Liber III, 105) chiamò Mateolani gli abitanti della città e li elencò tra gli Apuli, anche se la desinenza dell'aggettivo in -anus evidenzia chiaramente l'influenza osca dei Lucani, in quanto la città era situata proprio sul confine apulo-lucano[10] nella regione anticamente chiamata Peucezia.

Nel periodo della Magna Grecia, Matera ebbe stretti rapporti con le colonie situate sulla costa metapontina, e successivamente in età romana fu solo centro di passaggio ed approvvigionamento[12]. Nel 664 d.C. Matera passò sotto il dominio longobardo e venne annessa al Ducato di Benevento. I secoli IX e X furono caratterizzati da aspre lotte fra gli stessi Longobardi, i Saraceni ed i Bizantini, che tentarono più volte di impadronirsi del territorio, e la città fu distrutta dalle truppe di Ludovico II, imperatore dei Franchi, proprio nel tentativo di cacciare i Saraceni.

Nel frattempo, a partire dall'VIII secolo, il territorio materano fu teatro di una notevole immigrazione di monaci benedettini e bizantini, che si stabilirono lungo le grotte della Gravina trasformandole in Chiese rupestri.
Dopo l'insediamento dei Normanni avvenuto nel 1043 la città conobbe un periodo di pace. Nei secoli seguenti, fra carestie e terremoti, Matera fu a lungo città Regia, in quanto si liberava dal dominio feudale riscattandosi più volte, ma sotto gli Aragonesi la città fu ceduta al Conte Giovan Carlo Tramontano, che nel 1514 venne ucciso dalla popolazione oppressa dalle tasse. Nel 1663, in epoca spagnola, Matera uscì dalla provincia di Terra d'Otranto, di cui fino ad allora era parte integrante, diventando capoluogo della Basilicata. Tale titolo le rimase fino al 1806, quando Giuseppe Bonaparte trasferì le competenze a Potenza.
Nel 1927 la città divenne capoluogo di provincia. Matera fu la prima città del Mezzogiorno ad insorgere contro i nazisti; infatti il 21 settembre 1943, giorno della strage di Matera, il popolo materano insorse contro l'oppressione esercitata dall'occupazione nazista. Undici persone trovarono la morte a seguito dei mitragliamenti tedeschi in ritirata. La giornata raggiunse il suo culmine con la feroce rappresaglia nazista che costò la vita ad altri 13 cittadini fatti saltare in aria nel "palazzo della milizia". Nel 1948 nacque la questione dei Sassi di Matera, sollevata da Palmiro Togliatti prima, e da Alcide De Gasperi dopo.
Nel 1952 una legge nazionale stabilì lo sgombero dei Sassi e la costruzione di nuovi quartieri residenziali che svilupparono la città nuova nella quale confluirono i 15.000 abitanti dei Sassi. Nel 1980 fu parzialmente danneggiata dal terremoto dell'Irpinia e dalle scosse che seguirono.
Nel 1986 una nuova legge nazionale finanziò il recupero degli antichi rioni materani, ormai degradati da oltre trent'anni di abbandono.
Nel 1993 infine i Sassi di Matera furono dichiarati dall'UNESCO Patrimonio mondiale dell'umanità.

PRINCIPALI LUOGHI DI INTERESSE
I Sassi: le cisterne e i sistemi di raccolta delle acque
Matera è nota anche come città dei Sassi, proprio per la peculiarità e l'unicità del suo centro storico.
Scavati e costruiti a ridosso della Gravina di Matera, una profonda gola che divide il territorio in due, i Sassi di Matera, rioni che costituiscono la parte antica della città, si distendono in due vallette, che guardano ad est, leggermente sottoposte rispetto ai territori circostanti, separate tra loro dallo sperone roccioso della Civita.
Questa posizione invidiabile, ha reso di fatto la città invisibile agli occhi dei suoi nemici per millenni, permettendole di passare pressoché indenne attraverso secoli di storia.
Il Sasso Barisano, girato a nord-ovest sull'orlo della rupe, se si prende come riferimento la Civita, fulcro della città vecchia, è il più ricco di portali scolpiti e fregi che ne nascondono il cuore sotterraneo.
Il Sasso Caveoso, che guarda invece a sud, è disposto come un anfiteatro romano, con le case-grotte che scendono a gradoni, e prende forse il nome dalle cave e dai teatri classici. Al centro la Civita, sperone roccioso che separa i due Sassi, sulla cui sommità si trovano la Cattedrale ed i palazzi nobiliari.
Insieme formano l'antico nucleo urbano di Matera, dichiarato dall'UNESCO paesaggio culturale.

I Sassi di Matera sono un insediamento urbano derivante dalle varie forme di civilizzazione ed antropizzazione succedutesi nel tempo. Da quelle preistoriche dei villaggi trincerati del periodo neolitico, all'habitat della civiltà rupestre di matrice orientale (IX-XI secolo), che costituisce il sostrato urbanistico dei Sassi, con i suoi camminamenti, canalizzazioni, cisterne; dalla civitas di matrice occidentale normanno-sveva (XI-XIII secolo), con le sue fortificazioni, alle successive espansioni rinascimentali (XV-XVI secolo) e sistemazioni urbane barocche (XVII-XVIII secolo); ed infine dal degrado igienico-sociale del XIX e della prima metà del XX secolo allo sfollamento disposto con legge nazionale negli anni cinquanta, fino all'attuale recupero iniziato a partire dalla legge del 1986.

La scelta di questo sito, sebbene abbia garantito una estrema sicurezza all'abitato, ha comportato ai suoi abitanti enormi difficoltà nell'approvvigionamento delle acque. Di fatto i Sassi si trovano su di un enorme banco calcarenitico a circa 150 metri dal livello del torrente, mentre le colline d'argilla che li circondano ad ovest risultano essere troppo lontane, per una città che costruita nell'ottica dell'assedio, doveva garantirsi l'autonomia al suo interno.
Sin dai primi giorni, quindi, i suoi abitanti concentrarono le loro energie non tanto sulla costruzione delle case, quanto sullo scavo di cisterne e palombari e dei relativi sistemi di canalizzazione delle acque.
Vista in quest'ottica Matera risulta essere uno dei più antichi e meglio conservati esempi di bio-architettura al mondo. Una breve analisi dei sistemi insediativi costruiti intorno all'acqua, ci mostra come di fatto tutte le civiltà e le tradizioni costruttive più antiche del mondo, abbiano numerosi punti in comune, sebbene secoli e chilometri le vedano come elementi distinti.
Ad un occhio attento, strutture apparentemente semplici e rudimentali si rivelano come dei prodigi di efficienza tecnica.
Le umili tecniche arcaiche, dimenticate dagli stessi abitanti, acquistano un fascino ed un valore un tempo inimmaginabile.
I trogloditi che scavano canali e cisterne, costruiscono giardini pensili, ed attorno agli spazi collettivi, oggi chiamati vicinati condividono le proprie risorse, appaiono d'un tratto degli esseri geniali.
Tutto questo è ancora presente e vivo, sotto i nostri occhi in una città, Matera, che ha del magico.

Luoghi di culto

  • Cattedrale: in stile romanico pugliese, fu costruita nel XIII secolo sullo sperone più alto della Civita che divide i due Sassi, sull'area dell'antico monastero benedettino di Sant'Eustachio, uno dei due Santi Protettori della città.
    All'esterno sono da notare il rosone a sedici raggi ed il campanile alto 52 metri; all'interno un affresco bizantino della Madonna della Bruna, un presepe cinquecentesco dello scultore Altobello Persio ed un affresco raffigurante il Giudizio Finale.
  • Chiesa di San Giovanni Battista: costruita nel 1233, anch'essa in stile romanico. All'interno, a tre navate, vi è una grande volta a vele rifatta nel 1793, anno in cui furono effettuate diverse modifiche per preservare la staticità della chiesa, bei capitelli di tipo pugliese che ornano le colonne con figure antropomorfe, zoomorfe e vegetali, ed un'imponente abside.
  • Chiesa di San Pietro Caveoso: costruita nel 1218, è uno dei punti più caratteristici della città.
    Nel XVII secolo l'intera struttura subì numerose modifiche e ci fu l'aggiunta del campanile, tutto in stile barocco. All'interno sono presenti numerose tele settecentesche e affreschi di santi.
    Le numerose cappelle sono stuccate e presentano affreschi e polittici di legno.
  • Chiesa di San Francesco d'Assisi: ricostruita quasi completamente nel 1670 in stile barocco. Rilevanti sono la facciata esterna in stile tardo barocco, mentre al suo interno vi è l'antica cripta dei Santi Pietro e Paolo, che conserva un affresco raffigurante la visita a Matera del papa Urbano II nel 1093.
    Rimarchevoli, inoltre, sono i pannelli di un polittico smembrato di scuola veneta variamente attribuito a Bartolomeo Vivarini o a Lazzaro Bastiani.
  • Chiesa di Santa Chiara: fu costruita alla fine del XVII secolo insieme agli attigui locali che ospitarono dapprima l'ospedale, poi il convento delle clarisse ed infine i locali del museo archeologico nazionale "Domenico Ridola". La facciata, ricca di decori, presenta un lunettone nella parte superiore ed in basso il portale con ai lati due semicolonne e due nicchie con statue di santi. L'interno è ad una navata.
  • Chiesa del Purgatorio: costruita nel 1747 in stile tardo barocco, presenta una facciata con decorazioni sul tema della morte e della redenzione delle anime.
    Notevole il portale in legno diviso in 36 riquadri che riporta in alto i teschi di prelati e regnanti ed in basso quelli di comuni cittadini.
    All'interno, a croce greca, vi è una cupola ottagonale.
  • Chiesa di San Domenico: fu costruita insieme al convento a partire dal 1230 in stile romanico pugliese. Molto bello il rosone con intorno quattro figure a rilievo raffiguranti un telamone, due figurine ai lati, ed in alto l'Arcangelo Michele. Al centro del rosone un cane con la fiaccola in bocca, simbolo dei domenicani.
    L'interno, a tre navate con altari laterali e con una cupola emisferica a cassettoni, è stato rimodernato nel 1774; fra le opere conservate all'interno c'è la Crocifissione con S. Domenico, realizzata dal Pietrafesa nel 1653.
  • Chiesa di Santa Lucia e Agata alla Fontana: la sua costruzione fu ultimata nel 1797, quando vi furono trasferite la chiesa ed il convento delle benedettine, fino ad allora ospitate nel convento di Santa Lucia alla Civita nei Sassi. Situata insieme all'attiguo monastero delle benedettine accanto alla fontana ferdinandea nella centrale piazza Vittorio Veneto, è composta da una navata.
  • Convento di Sant'Agostino, monumento nazionale italiano, situato nel Sasso Barisano e sorto nel 1593, insieme all'omonima chiesa, sull'antica cripta rupestre di San Giuliano risalente al XII secolo (sinora descritta come cripta di San Guglielmo a causa di un errore storico).
  • Santuario della Madonna di Picciano: situato sulla sommità dell'omonimo colle a 15 km dalla città, è meta di pellegrinaggi. La leggenda narra che la Madonna apparve sui rami di una quercia ad alcuni pastori abruzzesi che percorrevano quei luoghi per la transumanza.
    A partire dal XIII secolo si insediò una comunità monastica benedettina, e nei secoli successivi Picciano appartenne ai templari prima ed ai cavalieri di Malta poi, che ampliarono la chiesa ed i locali annessi.
    All'interno della chiesa, sopra l'altare maggiore, vi è l'immagine della Madonna, databile al XV secolo, e nella cappella alle spalle dell'altare la statua della Madonna che viene portata in processione. Oggi il Santuario ed il monastero sono custoditi dai monaci benedettini olivetani.
  • Santuario della Madonna della Palomba: situato sulla Murgia quasi a strapiombo sulla Gravina di Matera, si trova nei pressi di una grotta dove era venerato un affresco con l'immagine bizantina della Vergine col bambino. A partire dal 1580 fu costruito un nuovo edificio di culto. La facciata mostra un rosone ed un campanile a vela, mentre l'interno ad una navata conserva l'antico affresco databile intorno al XIII secolo.
  • Chiese rupestri: nella città e lungo le Gravine del Parco della Murgia Materana si contano circa 150 chiesette scavate nella roccia. Tra le più importanti chiese rupestri nei Sassi vi sono Santa Lucia alle Malve, complesso rupestre che anticamente ospitava una comunità monastica, il Convicinio di S. Antonio un comprensorio costituito da 4 cripte rupestri, Santa Maria di Idris sulla sommità dell'omonima rupe, Santa Barbara ricca di affreschi, la Madonna delle Virtù che insieme alla sovrastante chiesa di San Nicola dei Greci oggi ospita importanti mostre di scultura, e San Pietro Barisano con facciata e campanile in muratura ed interno quasi completamente scavato nella roccia.
    All'esterno del perimetro urbano vi sono, tra le altre, la Cripta del Peccato Originale, recentemente restaurata, esempio di pittura longobarda con uno straordinario ciclo pittorico di affreschi che coprono le pareti di sinistra e di fondo, e la chiesa di Santa Maria della Valle, comunemente detta La Vaglia, la più grande chiesa rupestre della città, con facciata in muratura ed interni ipogei.

MONUMENTI

  • Castello Tramontano: in stile aragonese, con un maschio centrale e due torri laterali rotonde, rimase incompiuto per l'uccisione del conte Giovan Carlo Tramontano da parte della popolazione nel 1514.
  • Palazzo Lanfranchi: monumento seicentesco fatto costruire da Frate Francesco da Copertino per ordine del Vescovo Vincenzo Lanfranchi tra il 1668 e il 1672, che originariamente ha ospitato il Seminario diocesano. Ospita i locali del Museo nazionale d'arte medievale e moderna della Basilicata e gli uffici della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici della Basilicata.
  • Palazzo dell'Annunziata: palazzo settecentesco sito in Piazza Vittorio Veneto, ha dapprima ospitato il convento delle Domenicane, per poi diventare tribunale nel 1865 e ancora la scuola media. Oggi l'edificio che domina la piazza centrale di Matera è sede della Mediateca e della Biblioteca Provinciale oltre a ospitare il Cinema Comunale.
  • Ipogei di piazza Vittorio Veneto: situati sotto la piazza principale della città e tornati alla luce da pochi anni, contengono oltre a numerosi ambienti ipogei anche un'antica cisterna, detta il Palombaro lungo, ed una torre facente parte delle mura che anticamente dovevano essere a ridosso del Castello Tramontano.
  • Fontana ferdinandea: restaurata dal re Ferdinando II di Borbone nel 1832, era originariamente posta ai piedi della collina del castello e raccoglieva le acque provenienti da quella collina. Dopo la seconda guerra mondiale, esaurita la sua funzione di approvvigionamento, fu trasferita all'interno della villa comunale. Nel mese di aprile del 2009 è stata riportata nel suo luogo originario in piazza Vittorio Veneto.
  • Palazzo Malvinni Malvezzi: situato in piazza Duomo, è appartenuto alla famiglia dei Duchi di Santa Candida. Al suo interno, nel piano nobile sono collocate 14 tele di pregevole fattura ed arredi in stile Luigi XVI.
  • Palazzo del Sedile: situato nella centrale Piazza Sedile, è stato costruito nel 1540, ristrutturato nel 1759, è la sede del
  • Conservatorio di Musica "Egidio Romualdo Duni" e dell'Auditorium Gervasio. La facciata presenta due torri campanarie ed è ornata da sei statue. Affacciato alla medesima piazza si trova inoltre il Palazzo del Governatore, risalente al XVII secolo, prima sede della Regia Udienza di Basilicata. I suoi sotterranei furono adibiti a carcere della città. Oggi è sede di un albergo.
  • Villa Longo: dimora del XIX secolo della nobile famiglia materana di antiche origini napoletane.

AREE NATURALI
  • Parco della Murgia Materana: parco regionale istituito nel 1990, comprende il territorio della Gravina di Matera, le chiese rupestri disseminate lungo i pendii delle gravine e l'altopiano della Murgia materana. Importanti le numerose masserie, molte delle quali fortificate. Simbolo del parco è il falco grillaio, piccolo rapace presente nel territorio di Matera con numerosissimi esemplari.
  • Riserva regionale San Giuliano: area protetta istituita nel 2000, comprende il lago di San Giuliano, invaso artificiale creato dallo sbarramento del fiume Bradano, ed i tratti fluviali a monte ed a valle del fiume. Molto rilevante è la presenza dell'avifauna.
  • Colle di Timmari: polmone verde situato a circa 15 km dalla città, domina la valle del Bradano ed il lago di San Giuliano. È un'amena località residenziale, e sulla cima del colle si trova il piccolo Santuario di San Salvatore, risalente al 1310, ed un'importante area archeologica dove sono stati ritrovati numerosi reperti sia di epoca preistorica sia di tipo apulo risalenti al IV secolo a.C. (tra cui una tomba ricchissima di arredi funerari), molti dei quali sono custoditi nel museo archeologico "Domenico Ridola".
PARCHI URBANI
  • Parco del Castello - via Castello
  • Parco Giovanni Paolo II - via Lucana angolo via Gramsci
  • Villa dell'Unità d'Italia - via XX settembre angolo via Tommaso Stigliani
  • Parco Centrale
  • Parco Giovanni Falcone - via IV novembre
  • Parco bosco Serra Venerdì
  • Parco dei Quattro Evangelisti - zona PAIP
  • Parco del rione Lanera
Testi e foto tratti da wikipedia

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Maratea

Maratea, Marathia in dialetto marateota, è un comune di 5.141 abitanti della provincia di Potenza.
Per i suoi pittoreschi paesaggi costieri e montani, e per le peculiarità artistiche e storiche, Maratea è una delle principali mete turistiche della regione, tanto da venire spesso soprannominata la perla del Tirreno.
Il 10 dicembre 1990 il presidente della Repubblica Francesco Cossiga ha insignito il comune di Maratea con il titolo onorifico di "Città", titolo che la cittadina già vantava dal 1531 per decreto di Carlo V d'Asburgo.

GEOGRAFIA
« Forse in Italia non c'è paesaggio e panorama più superbi. Immaginate decine e decine di chilometri di scogliera frastagliata di grotte, faraglioni, strapiombi e morbide spiagge davanti al più spettacoloso dei mari, ora spalancato e aperto, ora chiuso in rade piccole come darsene. La separa da una catena dolomitica, tutta rocce color carnicino, punteggiata di villaggi semiabbandonati, di castelli diruti e antiche torri saracene, un declivio boscoso rotto da fiumiciattoli e torrenti e sepolto sotto le fronde dei lecci e dei castagni. »
(Indro Montanelli)


Unico comune della provincia ad affacciarsi sul mare, si estende per circa 32 km sul Mar Tirreno. La sua costa, incastonata in una singolare posizione geografica ed ambientale, è variegata di insenature e grotte, scogli e secche.
Numerose e caratteristiche le spiagge costiere, di fronte ad una delle quali emerge l'isola di Santo Janni.
Degni di attenzione sono i fondali e le 131 grotte marine e terrestri, delle quali alcune hanno restituito fossili e reperti preistorici. Su tutte spicca la Grotta di Marina con stalattiti e stalagmiti.
In più, le montagne dell'entroterra, arrivando con i loro costoni direttamente sul mare, creano un forte contrasto visivo di mare e monti, che dà vita a pittoreschi panorami e scorci visivi.


La gran parte del territorio di Maratea è costituito da montagne e colline, essendo l'unica zona pianeggiante quella dove sorge la frazione Castrocucco, in prossimità della foce del fiume Noce.
I rilievi montuosi della zona nord, compresa tra Fiumicello-Santavenere e Acquafredda, presenta episodi orografici plastici e di alto livello paesaggistico, con i versanti montuosi che calano direttamente sul mare.
I rilievi sono costituiti per lo più da calcari dolomitici, e le pareti rocciose presentano caratteristiche variazione cromatiche, passando dal verde boschivo al rosso della nuda roccia calcarea.

FLORA E FAUNA
La flora spontanea del territorio di Maratea è tipica macchia mediterranea. A nord della costa, presso la frazione Acquafredda, si incontra una folta pineta, anche se recentemente decimata da un incendio.
La tipica vegetazione è costituita prevalentemente da lecci; come presso la frazione Marina, dove si trova il bosco de Ilicini, formato da caratteristici lecci in miniatura resi nani dalla salsedine; insieme a esemplari di fillirea, lentisco, cisti, mirto, carrubo, corbezzolo, carpinella e siliquastro.
Sui monti si trovano macchie di arbusti sparsi, accompagnati da carrubi, fichi d'India, ulivi, e viti. I versanti dei monti in parte riparati dall'eccessiva illuminazione del Sole ospitano anche boschi fitti, come tra i due nuclei di Maratea, dove si sviluppa un carpineto.
In più, a Marina, si trova un endemismo floristico degno di nota: la presenza, sulle rocce di Punta Caina, di una stazione puntiforme (l'unica presente in Basilicata) di Primula di Palinuro (Primula palinuri), un raro e protetto endemismo delle coste tirreniche, il cui fragile areale si presenta estremamente ridotto e puntiforme.
Per quanto riguarda la fauna, sull'isola di Santo Janni si registra un altro endemismo, di tipo zoologico, unico: il cosiddetto Drago di Santo Janni, una lucertola bruno-azzurra, che vive confinata sugli anfratti rocciosi dell'isolotto, sottoposta a specifiche tutele.
Nel resto del territorio, oltre alle specie comuni, si possono trovare simpatici cuccioli di cinghiali nei boschi e il grande falco pellegrino che svetta nel cielo sopra la costa.

ARCHITETTURE RELIGIOSE

Statua del Redentore
Si trova sulla vetta più alta del monte San Biagio, sovrastante il centro storico di Maratea.
È stata completata nel 1965, con un impasto di cemento misto a marmo di Carrara, da Bruno Innocenti, scultore fiorentino, su idea di Stefano Rivetti.
Con i suoi 22 metri di altezza circa, è la statua più alta d'Italia e la sessantaseiesima più alta del mondo, nonché il più famoso monumento di Maratea.
Raffigura il Cristo Redentore, dopo la Resurrezione, in una iconografia molto distante da quella tradizionale.
In più, un particolare effetto ottico fa sì che osservandola da lontano pare guardare il mare, mentre invece ha lo sguardo rivolto verso i monti della Lucania.

Basilica di San Biagio
È il santuario del santo patrono, si trova in cima al monte San Biagio, dove sorgono i resti dell'antica Maratea, che i marateoti chiamano popolarmente il Castello. Il 10 agosto 1940 fu elevato a Basilica Pontificia.
La tradizione vuole che la chiesa sia sorta su un antico tempio dedicato alla dea Minerva. La chiesa fu originariamente intitolata alla Madonna delle Grazie[56], ma quando nel 732 ricevette le reliquie di San Biagio divenne il santuario del santo.
Niente di certo si conosce dell'aspetto originale della chiesa, che probabilmente consisteva in principio solo dell'attuale presbiterio[58]. Nel XVI secolo la chiesa subì alcuni lavori di restauro. Nel 1618 venne costruita la regia cappella che custodisce le reliquie e la statua del santo. Nel 1620 la chiesa subì nuovi lavori di restauro e probabile ampliamento, portato definitivamente a termine nel XVIII secolo, quando assunse l'attuale dimensioni.
Nel 1741 fu costruito il campanile. Nel 1878 il parroco Buraglia abbellì ancora la chiesa e la regia cappella.

Tra il 1963 e il 1969 è stata totalmente ristrutturata nel tentativo di riportare la struttura all'aspetto originale, spogliando la chiesa di tutti gli abbellimenti e le decorazioni, che sono stati parzialmente ricollocati a partire dal 1978. Nella facciata principale si nota una statua in marmo del XVIII secolo raffigurante San Biagio, ubicata nella nicchia al centro del timpano.

Come la maggior parte delle chiese marateote, l'interno della chiesa fu ristrutturato nel XVIII secolo secondo lo stile del barocco: fu aggiunto alla facciata principale un portico a tre arcate, mentre le parti interne furono abbellite con altari e decorazioni.
Sebbene questi abbellimenti settecenteschi siano stati cancellati durante i lavori di restauro avvenuti tra il 1963 e il 1969, all’interno si possono ancora ammirare l’altare della Madonna delle Grazie del XVIII secolo, il tabernacolo in marmo del 1519 proveniente dalla bottega di Jacopo della Pila, un affresco del XV secolo della Madonna con Bambino (chiamato Madonna del Melograno), la pietra tombale della famiglia Deodato del 1540, un bassorilievo in marmo dell’Annunciazione del XVII secolo, il dipinto di San Macario del XVIII secolo, un bassorilievo della cosiddetta Madonna della Sapienza del XVIII secolo, e il dipinto chiamato San Biagio in Gloria del XVIII secolo.
Di pregevole fattura è anche l’organo del XVII secolo, sito nella parte alta della navata di destra.
Il sacello che contiene l’urna con le reliquie di San Biagio fu costruito nel XVII secolo, e dichiarato regia cappella dal re Filippo IV d’Asburgo nel 1629. Il sacello fu poi abbellito il 1878 dal monsignor Buraglia, che commissionò allo scultore Domenico Oglia da Napoli un medaglione in marmo raffigurante il santo.
All’interno del sacello si trova il busto argenteo di San Biagio, scolpito nel 1979 da Romano Vio sul modello dell’originale simulacro del 1706 scolpito a Napoli da Domenico De Blasio e trafugato da ladri ignoti il 28 ottobre 1976.

Chiesa di Santa Maria Maggiore
Chiamata anche dell'Assunta, è la chiesa parrocchiale del Borgo di Maratea, perciò viene chiamata semplicemente Chiesa Madre. Nel mese di agosto vi viene celebrata la festività dell'Assunta.
Il nucleo originario nacque nel XII-XIV secolo, riprendendo l'intitolazione della chiesa di Santa Maria al Castello. Nel 1434 si separò dalla parrocchia della Basilica di San Biagio, e da allora costituisce la principale parrocchia di Maratea.
Nel 1505 furono eseguiti i lavori di ampliamento che hanno portato la chiesa, a gradi linee, alle attuali dimensioni. Risale forse a questo periodo anche il grande campanile, a base rettangolare con sopraelevazione ottagonale, di chiaro stile romanico.
Durante il XVIII secolo fu incorporata al coro della chiesa una torre, che oggi costituisce il presbiterio. La chiesa subì notevoli danni nel terremoto del 1857.

Sopra l’entrata della chiesa si trovano due angeli oranti, scolpiti nel XVI secolo.
All’interno, a navata unica (decorato da stucchi, archi, lesene, con volute e motivi floreali di tipo barocco), si trovano numerose opere: sulla parte sinistra vi sono una statua lignea della Madonna con Bambino del XVIII secolo, un altare in marmo bianco e marmi policromi, un altare in marmo nero e marmi policromi del XVII secolo e un altro altare del XVII secolo, adornato da decorazioni della Vergine e dei Santi.
Sulla parete destra si trovano un olio su tavola raffigurante l’Immacolata del 1690, un’altra tavola simile rappresentante la Trinità, dipinta da Francesco d'Oliva nel 1760, il dipinto su tela raffigurante l’Adorazione dei pastori e Santi del XVIII secolo, la scultura raffigurante l’Ecce Homo in legno dipinto del XVII secolo e la scultura in legno di San Michele Arcangelo del 1890.
Sempre sulla parete destra, adagiate in un altare, si trovano le sacre reliquie di San Donato Martire, donate da una famiglia di Maratea nel 1827.
Dietro l’altare maggiore, del XVII secolo, lavorato in marmi policromi si trova un coro ligneo del XV secolo, rifinito da Marco de Sanctis nel 1721. Sopra il presbiterio è collocata l’artistica statua della Madonna degli Angeli del XVII secolo. È infine degno di nota l'organo del 1866.

Chiesa dell'Annunziata
La chiesa fu realizzata come ampliamento di una cappella del XVI secolo, e le dimensioni attuali furono raggiunte nel 1748. I frequenti lavori delle epoche successive hanno cancellato l'aspetto originale, per far posto all'attuale disegno barocco, consoffitto a botte con crociere a triplice diramazione.
All'interno si trovano l’altare maggiore in marmi policromi, un dipinto del martirio di San Lorenzo del XVIII secolo e un altro di Santa Lucia del 1775. Sopra l’altare è stata recentemente collocata una finissima Annunciazione del XVI secolo, attribuita a Simone da Firenze.
Di grande importanza storica è il busto in legno (dipinto d’argento) di San Biagio, che fu usato per il giuramento di armistizio da Alessandro Mandarini e Jean Maximilien Lamarque nel 1806.
Il portale della chiesa, barocco, è delineato tra due antichissimi leoni in pietra, ed è sormontato da un affresco dell’Annunciazione del XVII secolo.
Poco più in là del portale si trova l'obelisco in pietra di San Biagio, eretto a spese di tutta la cittadinanza nel 1758.

Chiesa dell'Addolorata
La chiesa fu realizzata come ampliamento di una cappella del XVI secolo, e le dimensioni attuali furono raggiunte nel 1748. I frequenti lavori delle epoche successive hanno cancellato l'aspetto originale, per far posto all'attuale disegno barocco, controsoffitto a botte con crociere a triplice diramazione.
All'interno si trovano l’altare maggiore in marmi policromi, un dipinto del martirio di San Lorenzo del XVIII secolo e un altro di Santa Lucia del 1775. Sopra l’altare è stata recentemente collocata una finissima Annunciazione del XVI secolo, attribuita a Simone da Firenze.
Di grande importanza storica è il busto in legno (dipinto d’argento) di San Biagio, che fu usato per il giuramento di armistizio da Alessandro Mandarini e Jean Maximilien Lamarque nel 1806.
Il portale della chiesa, barocco, è delineato tra due antichissimi leoni in pietra, ed è sormontato da un affresco dell’Annunciazione del XVII secolo.
Poco più in là del portale si trova l'obelisco in pietra di San Biagio, eretto a spesa di tutta la cittadinanza nel 1758.

Chiesa dell'Immacolata
Edificata nel XVIII secolo sulla chiesa di San Pietro, la chiesa ha una navata, sormontata da un soffitto a piccole crociere riquadrate, al cui centro si trova un affresco dell’Immacolata del 1923.
All’interno della chiesa si trovano una statua di Santa Rita, una di San Luigi Gonzaga e una, del XVIII secolo, della Madonna Immacolata, affiancata da due dipinti, del XVIII secolo, raffiguranti San Biagio e San Pietro.
Al centro della facciata esterna si trovano un rosone a stucco e una statuetta della Vergine Immacolata del 1904.
Durante dei lavori di restauro, è stata ritrovata sotto la chiesa dell'Immacolata, l'antica Chiesa di San Pietro, risalente all'XIV secolo, che si credeva fosse andata perduta. Vi si trova un interessante affresco dell’Ascensione del XIV-XV secolo, probabilmente di un allievo di Giotto.


Chiesa di Sant'Antonio Abate
Viene chiamata anche chiesa dei Cappuccini, in quanto fa parte di un antico convento dei Cappuccini (abbandonato nel 1866). Fu edificata nel 1615, la chiesa ha tutte le caratteristiche di sobrietà dell’ordine: non ci sono tracce dei virtuosismi artistici del barocco, il soffitto è realizzato a botte con crociere riquadrate e le navate sono separate da archi a tutto sesto.
Ai lati delle navate sono disposti altari e nicchie vetrate contenenti statue, tra cui quella in legno di San Rocco del XIX secolo. L’altare maggiore, rivestito in marmo nero levigato, è sovrastato da una tavola in olio del XVII secolo, raffigurante la Madonna in Gloria, tra Sant'Antonio Abate e Sant'Antonio da Padova, ai due lati del dipinto principale ce sono altri, raffiguranti Santa Rosa e Santa Chiara (dipinti su tavola), San Francesco, San Domenico, l’Eterno Padre, Sant’Agostino e San Michele Arcangelo (dipinti su tela).
I dipinti secondari sono separati da lesene aggettanti, riccamente lavorate in legno.

Chiesa di San Vito
Costruita nel X-XI secolo, è la chiesa più antica del Borgo. Fu restaurata nel 1883.
Ha una sola navata, in cui si trovano degli antichi sedili lavorati in pietra. All’interno si trovano un altare maggiore e un presbitero del XVI secolo, un affresco di San Rocco, uno di San Biagio e un altro di San Vito anch'essi del XVI secolo. Nel catino absidale si trova invece un affresco della Madonna in trono con Bambino del XIV secolo.

Chiesa della Madonna del Rosario
Fu costruita nel 1575 con il contributo di tutti i cittadini di Maratea, come ricorda una lapide all'interno. Ubicata nel Largo Monastero, la chiesa ha un’unica grande navata, finemente lavorata in stile tardo barocco.
Le pareti sono state finemente lavorate in bassorilievo (si possono contare ben 100 visi di angeli e altre finezze artistiche) nel XVIII secolo.
Nella navata destra della chiesa sono presenti un quadro di San Francesco del 1670 di Joseph Trombadore e un olio su tavola della Madonna dei Misteri del Rosario del XVII secolo. Sulla navata sinistra invece troviamo una rappresentazione della Madonna Addolorata del 1730, una Madonna del Soccorso con Santi del XVI secolo e una statua della Madonna del Carmine del 1695.
Sul soffitto si trova un affresco di Santa Caterina di Bologna del 1715, a opera di Gaetano Cusati e di Casadoglio. Sul paliotto dell’altare è raffigurata una Pietà, l’altare stesso è rivestito di marmo nero decorato con marmi policromi.
Il coro in legno retrostante è del XVII secolo. Sopra il presbitero, la cupola è affrescata con immagini degli evangelisti, opera di Angelo Galtieri del 1721. Nella parte posteriore della chiesa si trovano un organo finemente dipinto del XVII secolo e le pietre tombali, del XVI secolo, di alcune nobili famiglie di Maratea.



Chiesa di San Francesco di Paola
Si trova nel rione omonimo, ai piedi del Borgo. Fu costruita nei primi anni del XVII secolo, è una chiesa a una navata e ha subito sostanziosi rifacimenti, in stile barocco, verso la fine del secolo stesso.
Nel piccolo esterno si trovano un portale in pietra con decorazioni in bassorilievi di cherubini e festoni, e un affresco di San Francesco al centro della volta a botte.
All'interno tutte le opere sono del tardo XVIII secolo: nel dipinto della Pietà, sull'altare maggiore, sono rappresentati anche, oltre alla Madonna e il Cristo nella tradizionale iconografia della scena, le figure di San Biagio, San Filippo Neri e San Francesco. Di ottima fattura è anche la statua di San Biagio in legno a tutto tondo, le cui vesti sono colorate in oro. La chiesa fa parte dell’antico convento dei Paolotti, oggi sede dell’Istituto Alberghiero.

ARCHITETTURE CIVILI
Palazzi
  • Palazzo De Lieto. Donato alla comunità nel 1734 da Giovanni De Lieto, divenne il primo vero e proprio ospedale di Maratea.
    Mantenne questa funzione fino all'inizio del XX secolo, quando il nosocomio cittadino fu trasferito nell'ex-convento di San Francesco di Paola.
    Posto sotto la tutela del Ministro dei Beni Culturali nel 1979, è stato restaurato e oggi ospita mostre perenni ed eventi museali. La struttura presenta una terrazza con tre arcate.
  • Palazzo Calderano. Si trova nel rione più antico del Borgo di Maratea, detto Capo Casale. Il palazzo del XVIII secolo, posto sotto la tutela del Ministro dei Beni Culturali nel 1990, presenta una bella loggia con colonne e un grande portale in pietra quarzitica. Sulla doppia facciata, traforata, si innesta un sistema di scale e ponti volanti.
  • Palazzo Eredi Picone. Sul ciglio del rione Pietra del Pesce, il palazzo si distingue per la caratteristica loggia a forma di torre, tradizionalmente identificata come una di quelle presenti nello stemma comunale.
    La struttura, di proprietà privata, è stata posta sotto la tutela del Ministro dei Beni Culturali nel 1981, ma non ancora restaurata.
  • Palazzo Marini-D'Armenia. Sito nel rione Casaletto, ha un bel portale, sopra cui si trova un bassorilievo raffigurante un angelo. Sottoposto alla tutela del Ministro dei Beni Culturali nel 1991, ha un caratteristico angiporto che permette il passaggio sotto un piano.
  • Palazzo baronale Labanchi. Si trova in località Secca di Castrocucco. Fu costruito nel XVI secolo e, nel 1860, ospitò per una notte Giuseppe Garibaldi, di passaggio durante la spedizione dei Mille.
    L'edificio si distingue per la presenza di due massicce torri circolari, che rendono l'aspetto di una fortificazione. Il palazzo è sotto la tutela del Ministro dei Beni Culturali dal 1979.
Testi e foto tratti da wikipedia

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Tropea

Tropea è un comune italiano di 6.639 abitanti della provincia di Vibo Valentia in Calabria, tra i più piccoli Comuni d'Italia per superficie territoriale.

GEOGRAFIA
Il territorio tropeano si mostra molto piccolo, infatti con soli 3,59 km² si trova al 7805º posto in Italia per superficie mentre addirittura al 195° per densità di popolazione.
La sua morfologia è molto particolare, si divide infatti in due parti: la parte superiore, dove si trova la maggior parte degli abitanti e dove si svolge quindi la vita quotidiana del paese e una parte inferiore chiamata "La marina" che si trova a ridosso del mare e del porto di Tropea.
La città, la parte superiore, si presenta costruita su una roccia a picco sul mare ad un'altezza di circa 50 metri, dal livello del mare, nel punto più basso e di 61 metri nel punto più alto.

STORIA
La storia di Tropea inizia in epoca romana quando lungo la costa Sesto Pompeo sconfisse Cesare Ottaviano. A sud di Tropea i Romani avevano costruito un porto commerciale, vicino S.Domenica, a Formicoli (cioè corruzione di Foro di Ercole), di cui parlano Plinio e Strabone.
Si vuole che il fondatore sia stato Ercole che, di ritorno dalla Spagna (Colonne d'Ercole), si fermò sulla Costa degli Dei e secondo questa leggenda, Tropea divenne uno dei Porti di Ercole.
Per la sua caratteristica posizione di terrazzo sul mare, Tropea ebbe un ruolo importante, sia in epoca romana sia sotto i Normanni e gli Aragonesi. Nelle zone limitrofe sono state invece rinvenute tombe di origine magno-greca.

MONUMENTI E LUOGHI DI INTERESSE
Nota località balneare sul mar Tirreno a sud-ovest di Vibo Valentia ed a nord di Capo Vaticano, ha un monastero di Francescani di notevole importanza e la Cattedrale Normanna del 1100.
Di notevole interesse il centro storico, con i palazzi nobiliari del '700 e dell''800 arroccati sulla rupe a strapiombo con la spiaggia sottostante.
Interessanti sono i "portali" dei palazzi che rappresentavano le famiglie nobiliari; alcuni sono dotate di grosse cisterne scavate nella roccia, che servivano per accumulare il grano proveniente dal Monte Poro, e successivamente veniva caricato tramite condotte di terracotta sulle navi che erano ormeggiate sotto la rupe di Tropea.

Il 29 gennaio 2012 patrocinata dal Comune di Tropea è stata inaugurata la Sede Sociale con mostra permanente di Modellismo Ferroviario a cura del "Gruppo Fermodellistico Tropeano" presso la Biblioteca Comunale "Albino Lorenzo".
Da visitare inoltre il museo privato degli antichi mestieri di Calabria e delle macchine automatiche.

EVENTI
Il Comitato tecnico-scientifico del Premio Letterario Città di Tropea si riunisce per selezionare mediante votazione i libri che parteciperanno alla fase finale del Premio.
Nel mese di aprile si svolge la Mostra-Fiera di Modellismo Ferroviario città di Tropea a cura del "Gruppo Fermodellistico Tropeano". Nel mese giugno si svolge la fase finale del Premio Letterario Nazionale città di Tropea, che richiama diversi autori da tutta l'Italia e che coinvolge una giuria composta da tutti i Sindaci calabresi.
In luglio si svolge la Sagra del pesce azzurro e della cipolla rossa di Tropea. La sagra festeggia la celebre cipolla rossa e la cucina tradizionale del luogo, che da sempre non può fare a meno del pesce azzurro e della cipolla rossa di Tropea (a cui è stato attribuito il marchio di qualità). La sagra viene organizzata su iniziativa dell'Associazione Turistica Pro Loco Tropea.
Nel mese di agosto si svolge la manifestazione cinematografica Tropea Film Festival, promossa dall’Associazione Culturale Tropeana. L’evento si tiene nel Teatro del Porto di Tropea, una stupenda struttura dove d'estate si svolgono importanti manifestazioni culturali, situata all'interno del porto turistico ed è quasi completamente circondata dal mare.

Mentre nel mese di settembre nell'incantevole centro storico di Tropea, si svolge il Tropea Blues Festival, un Festival di musica Blues che per una settimana vede esibirsi decine di gruppi musicali provenienti da tutto il mondo.
Il format dell'evento è caratterizzato dall'esibizione quasi in contemporanea, tra le vie della città vecchia, di numerose bands di fama nazionale ed internazionale, le quali, grazie all'interattività con il pubblico, riescono a ricreare la magica atmosfera della città natale di questo genere musicale: New Orleans.

Testi e foto tratti da wikipedia

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